Rachele Somaschini: la pilota che corre per un respiro e per la ricerca

Rachele Somaschini: la pilota che corre per un respiro e per la ricerca

24 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Rachele Somaschini, classe 1994, è una pilota milanese che fin da bambina ha avuto un pallino fisso: i motori. Complice il papà Luca si avventura in un mondo che l’ha fatta diventare una campionessa in pista e nella vita. Niente ferma Rachele. I suoi occhioni brillano e spiccano dal casco quando la visiera è aperta. Gareggia, si diverte, infrange gli schemi. Rachele è forte. Corre accompagnata dal navigatore ma non solo. La fibrosi cistica, la silenziosa nemica, è costantemente con lei che però non si fa abbattere. Ha la velocità nel sangue e la malattia le ha conferito anche un motivo per andare ancora più veloce. È diventata testimonial della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica per portare un messaggio di speranza e sensibilizzare alla donazione perché solo i progressi di ricerca consentiranno di essere più forti della malattia. Esordio nel 2014 in Coppa Intereuropa a Monza, in equipaggio con papà Luca, il trionfo nel 2016 in pista nel Mini Challenge per poi nel 2017 laurearsi Campionessa Italiana Velocità Montagna. Oggi è anche istruttore di guida sicura.

Da dove nasce la tua passione per i motori?

Mio papà correva in macchina tanti anni fa, intorno agli anni 2000, quando io ero ancora piccolina. Lo seguivo negli autodromi a livello amatoriale. Da giovane gli avevano proposto di correre a livello professionale ma all’epoca aveva avviato la sua attività, che è quella che ha tutt’ora. Ha dovuto scegliere tra il lavoro e il correre in macchina e ha scelto il primo. Appena compiuti 18 anni  mi ha subito indirizzato aiutandomi ad ottenere la licenza sportiva ed iniziare a muovermi nel mondo del Motorsport che sembra semplice ma non lo è. Ho iniziato con la mia prima gara della vita alternandomi con lui alla guida di una vettura storica nella gara di casa all’autodromo di Monza.  Abbiamo entrambi l’istinto della velocità e ho un meraviglioso ricordo di quell’esordio in pista a cui non rinuncia nonostante l’impegno degli esami di maturità.

Sei giovane e vai già così veloce…

In realtà, sembra presto ma tantissimi altri piloti hanno iniziato il loro percorso molto più giovani partendo come di consueto dai go kart. Io, purtroppo, ho dovuto saltare questa parte proprio per quella che è la mia storia o meglio il lato oscuro di Rachele, quello legato alla fibrosi cistica, i miei genitori non si sono sentiti di incoraggiarmi ad intraprendere una carriera come quella del  pilota da ragazzina, le incertezze erano tante così come le problematiche a monte. La fibrosi cistica è una patologia invisibile ma terribilmente subdola ed imprevedibile, ogni caso è a se stante e nessuno, neppure i medici possono prevederne l’evoluzione. Per anni siamo rimasti ad attendere gli eventi, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro, poi non è successo nulla di eclatante o meglio nessun cambiamento repentino delle condizioni cliniche come è stato per molti altri ma è e resta una malattia degenerativa per la quale non c’è una cura, ciò nonostante ad un certo punto ho deciso di provare comunque a coltivare la mia passione di sempre affrontando i problemi all’occorrenza.

Fai solo la pilota ora?

Faccio molte altre cose collegate a questo mondo, istruttore di guida sicura, organizzatrice di eventi e soprattutto testimonial della ricerca sulla fibrosi cistica. Diciamo che, anche dovendomi curare almeno tre ore al giorno tutti i giorni, le mie giornate dovrebbero essere almeno di 24 ore|!

Parliamo della guida. La strada non è la pista…

Appunto, è ciò su cui insisto nella mia veste di istruttore di guida sicura ,ci sono delle regole che non bisogna mai sovrastare. Diciamo che essere in gara e essere in strada è molto diverso, non deve capitare mai di confondere le due cose, In gara sei in una gabbia di ferro, perché le macchine da corsa hanno il  rollbar e protezioni adeguate , corri nei circuiti o su percorsi chiusi e messi in sicurezza quindi . Sei tu contro il cronometro, le prove speciali insidiose o l’asfalto viscido ma non hai a che fare con altre persone che guidano con i loro pensieri, i loro problemi.  Poi ovviamente, essendo una milanese doc spesso anch’io ho fretta e corro da una parte all’altra ma sempre nel limite della sicurezza stradale.

Quando sei alla guida in competizione cosa ti passa per la testa?

In realtà quando si è in gara si pensa solo alla gara. Si avverte l’esigenza di concentrazione sulla guida e sull’ascolto del navigatore e questo è già sufficiente, se liberi la testa da tutto il resto è già una gran cosa.  La priorità di un pilota è quella di riuscire ad estraniarsi, riuscire a pensare solo alla prova è fondamentale ed aiuta a mantenere la concentrazione e la lucidità ed in tal caso anche il divertimento è assicurato, perché fino a quando non vieni pagato per correre rimane pur sempre un’attività ludica e non un lavoro. Io, in realtà,  se non ho particolari problemi legati alla patologia, tipo condizioni meteo proibitive o altro, riesco sempre a divertirmi!

Tra i pilota e navigatore si crea alchimia?

È assolutamente indispensabile che si crei nel tempo un rapporto di affinità ed amicizia ,anche  questo a parer mio, contribuisce nella performance. Nel campionato Rally che si è da poco concluso ho purtroppo constatato a mie spese che l’aver cambiato più volte navigatrice è stato penalizzante, ogni volta devi ricominciare da capo ed alla fine non raggiungi il giusto feeling con nessuno.  Ci deve essere fiducia reciproca e passione comune per poter mirare all’ altrimenti non si progredisce e si fatica molto.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un buon navigatore per rapportarsi con te in gara?

Niente di particolare, è una cosa che nasce spontanea. Quando si passa del tempo insieme si capisce se c’è affiatamento o meno. Io sono abbastanza precisa e voglio sempre prevenire quelle che sono le situazioni, quindi sapere prima ciò che dovremo affrontare . È un’alchimia che nasce con il tempo e l’esperienza.

Tu vai a grande velocità, fai curve vertiginose e tracciati complicati. Ti capita mai di avere paura?

Tendenzialmente no. È capitato qualche volta quando ci sono stati degli imprevisti come, una curva più sporca del solito, in cui ti scappa la macchina e hai paura di distruggerla, ovvio, ti spaventi, ma se avessi paura prima ancora di partire, farei prima a stare a casa. La paura è un limite e non deve essere sottovalutato. 

Qual è la parte che ti piace di più del tuo sport?

Quello che mi piace di più è la passione che condividi con il pubblico. Quando corri e senti il tifo sfrenato della gente è meraviglioso. Ci sono persone che partono al mattino presto per andare a vedere la prova speciale e ci restano tutto il giorno, che ci sia un caldo torrido o il gelo polare, soltanto per vederti passare. Questo è ciò che amo di più, condividere la passione con molte persone.

Non ti crea mai problemi la malattia quando sei alla guida?

Il problema principale è legato al caldo quando si è in macchina. Una delle problematiche della fibrosi cistica ,che colpisce gli organi interni, è che un anomalo scambio dovuto ad un difetto genetico di base, altera le secrezioni del nostro corpo. Così sudi almeno quattro volte più di una persona sana con il rischio di una veloce disidratazione. Anche il muco è più denso e inspessisce le pareti dei polmoni rendendo progressivamente più faticosa la respirazione ed è il risvolto clinico più temibile. A volte il caldo esagerato ha creato situazioni pesanti per le quali mi sono affaticata di più e mi sono sentita indebolire. Ho imparato con tempo ed esperienza a prendere tutte le precauzioni, facendo molta attenzione a reintegrare e bere molto , ho imparato a gestirmi al meglio insomma. Meno gestibile è la problematica grave di una riacutizzazione polmonare o di un’ infezione batterica che ti costringe a dei protocolli che tendenzialmente ti costringono al ricovero e cure antibiotiche in vena per due o tre settimane. È evidente che la salute sia sempre al primo posto e  che se ti capita nel periodo di gara la competizione passa sicuramente in secondo piano.

L’idea di avere una malattia degenerativa non ti fa paura?

Credo che la paura  faccia parte della nostra condizione quotidianamente, è innegabile che la sensazione è quella di avere un timer ma è importante  anche saper reagire. Sei nato con una malattia grave, degenerativa e questo ti accompagnerà per tutta la vita o nel caso sperato finchè non si troverà una cura.  Ognuno può scegliere se sopravvivere o se vivere una vita comunque intensa nonostante la patologia fino a quando ti è possibile. Io ho deciso di non lasciare prevalere la malattia, ho deciso di mettere tutta me stessa per ostacolare il progredire, questo significa passare molto del mio tempo a sensibilizzare sull’importanza della ricerca scientifica cercando anche di raccogliere fondi per finanziarne i progetti.  C’è  chi ha dato tutta se stessa ma si è dovuta arrendere, chi la forza l’ha persa  perché la malattia è stata severa da subito e non trova il tempo oltre le cure, chi non se la sente di condividere e di parlarne. Ognuno è libero di fare ciò che vuole. A volte vengo attaccata per questo motivo perché qualcuno pensa che io faccia “il cinema” parlando della mia malattia o che voglia sentirmi al centro dell’attenzione . A volte questo mi ferisce e in quei momenti un po’ invidio chi ha deciso di non esporsi in prima persona e non deve avere a che fare con certe persone di dubbia sensibilità. Ho avuto a che fare con persone, poche, che hanno addirittura messo in discussione che io avessi la fibrosi cistica ma,  onestamente,  magari avessi potuto scegliere tra la notorietà o essere sana ed avere una vita normale!!

Tu pensi che aldilà della malattia avresti intrapreso questa scelta comunque?

Sì senza dubbio. Senza la mia malattia avrei iniziato sicuramente prima, partendo dal kart e con molta più calma e leggerezza. Sarebbe stato tutto un altro viaggio senza determinate problematiche. Sarebbe stato tutto più facile.

Il fatto che sei una ragazza che fa rally ti ha mai dato problemi?

Questa è una costante, oltre che un luogo comune. Credo che tutte le donne che corrono cerchino di combattere questo stereotipo. Nel traffico magari capita quello che fa le manovre completamente da fuori di testa e sempre viene detto “sarà sicuramente una donna” ed invece non è vero.  Peraltro, la maggior parte delle donne sono più attente e precise alla guida.  Poi che tante non siano patite della velocità o delle competizioni per carità ci sta. Penso che la strada per eliminare questo luogo comune sia lunga ma da qualche parte bisogna iniziare. Tante volte in passato ci sono state donne velocissime nelle competizioni. anche oggi  corrono, non solo nel rally, ed hanno dei buonissimi risultati. Siamo ancora una minoranza e quindi facciamo scalpore, ma spero che in futuro possa diventare la normalità perdendo per strada definitivamente il “donna al volante pericolo costante” che ancora fa sorridere tanti uomini con il cappello alla guida!