Non dimentichiamoci del razzismo da stadio

di Maurizio Ambrosini –

Prima che come al solito dopo l’indignazione di qualche giorno si giri pagina, è importante mantenere alta l’attenzione sul razzismo negli stadi.

Qualche tempo fa il ministro Salvini ha lanciato una questione non banale, con lo stile della domanda retorica che fa appello al buonsenso, scrivendo alla Gazzetta dello Sport: “intendiamo difendere i giocatori beccati per il colore della pelle, ma non quelli a cui si insultano le madri? Inveire contro la famiglia di un Materazzi si può? E qual è il confine tra l’insulto razzista e l’insulto e basta?”.

Salvini in realtà tira in ballo le madri per assolvere i razzisti da stadio. Ma, la differenza c’è ed è sostanziale. L’insulto riferito a una persona può essere becero, sguaiato, sanguinoso, ma resta un’offesa rivolta a un singolo individuo. Colpisce lui o lei nella sua singolarità, senza implicazioni collettive. E’ grave e incivile, ma non coinvolge altri.  Non produce una categoria stigmatizzata. L’insulto razzista invece prende di mira un’intera collettività, definita in base al colore della pelle, e colpisce la persona in quanto appartenente alla collettività presa di mira. Lo stesso vale per la discriminazione territoriale. Insultando, gli aggressori gridano a gran voce, per di più nella forma collettiva dei cori da stadio, che appartenere a quella collettività, razziale o territoriale, porta con sé un disvalore, un’inferiorità intrinseca, una colpa inestinguibile. Inculcano un’idea tribale e feroce, di popoli che rivendicano la propria superiorità su altri popoli, ridicolizzandoli, disumanizzandoli, additandoli al disprezzo pubblico.

Per questo l’UEFA e la FIFpro, la Federazione internazionale dei calciatori professionisti si sono dichiarate “molto preoccupate” e hanno criticato la mancata applicazione del protocollo anti-razzismo. Ossia la decisione di proseguire la partita come se nulla fosse accaduto.

Un’altra questione discussa riguarda la severità applicata negli stadi, rispetto alla tolleranza per le espressioni discriminatorie, islamofobe, antitzigane o francamente razziste che circolano liberamente in altri ambiti, social media per primi, ma senza risparmiare la stampa ufficiale e lo stesso Parlamento. Lo hanno posto in evidenza in più occasioni i rapporti della Carta di Roma e di Amnesty International.

La prevenzione del razzismo nella comunicazione pubblica è un problema serio, poiché coinvolge il tema sensibile della libertà di espressione. Meriterebbe più attenzione e più regolazione, ma non è possibile affrontarlo in questa sede. Ciò che invece richiede di essere sottolineato è il valore pubblico e comunicativo della repressione del razzismo da stadio. Il calcio raggiunge milioni di persone, non solo quelle fisicamente presenti negli stadi ma anche quelle che assistono alle partite mediante le dirette televisive. Si tratta dell’evento di massa più seguito del nostro tempo. Tollerare oppure stigmatizzare oppure reprimere determinati comportamenti ha un impatto sociale eccezionale. Per di più alle partite assistono giovanissimi e giovani che meritano di ricevere messaggi positivi, non incitamenti all’odio razziale.

Per questa ragione la severa disciplina imposta dall’UEFA sui cori da stadio ha un valore educativo  che va oltre il tifo, mentre in Italia il sistema calcio cerca di edulcorare, stemperare e disapplicare le norme antirazziste.

Quanto a Salvini, non è un caso che si sia vantato di conoscere direttamente le curve degli stadi e il mondo del tifo organizzato, criticando l’UEFA e le sanzioni contro il razzismo calcistico. Quegli ambienti, quelle pose, quel linguaggio sono una componente costitutiva della sua base elettorale e del suo bagaglio culturale. L’uomo della tolleranza zero e della sicurezza armata qui si scopre dialogante e inclusivo. Per fortuna c’è chi ha cominciato ad accorgersene e a chiedergliene conto, e non solo a Napoli.

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