Com’è cambiata la comunicazione politica

Com’è cambiata la comunicazione politica

24 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Giorgio Simonelli –

Che la comunicazione politica abbia subito, nel corso degli ultimi anni, una trasformazione clamorosa è un fatto molto evidente.  Nell’opinione e per la sensibilità di molti cittadini si tratta di un inaccettabile degrado. Ma credo che, al di là delle giustificate proteste, sia interessante capire quali siano state le cause e i modi di questo cambiamento.

Il primo passo verso l’attuale stato di cose risale a parecchio tempo fa e coincide con la tendenza alla personalizzazione della politica, un fenomeno iniziato nell’ultimo decennio del secolo scorso. La disgregazione dei grandi partiti tradizionali e l’avvento di organizzazioni politiche tutte concentrate attorno alla figura di un leader ha radicalmente cambiato le regole della comunicazione.

Nell’epoca dei partiti le dichiarazioni dei politici anche di quelli più importanti erano il frutto di un’elaborazione collettiva, arrivavano dopo discussioni all’interno degli organi di partito, come risultato di sintesi di proposte diverse, esito di mediazioni anche faticose.

Chi parlava lo faceva in nome di un organismo complesso, di cui doveva rispettare la linea; se sgarrava doveva risponderne. Era quel sistema che produceva una comunicazione molto prudente, sfumata, di difficile decifrazione (il famoso politichese), attenta a mantenere certi equilibri. Era quello stile che ironicamente di definiva democristiano o “moroteo”, ma che riguardava tutta la politica. Pochissimi sfuggivano a questo mood e chi lo faceva era un estremista. Con la personalizzazione della vita politica, il leader non ha più bisogno di questo lavoro di mediazione, la sua opinione è l’unica che conta e la esprime secondo la sua personalità, in maniera forte e chiara, senza se e senza ma, gli altri lo approveranno certamente e lo applaudiranno vistosamente.

Un secondo fenomeno che ha determinato in maniera decisiva il cambiamento si è sviluppato all’interno del sistema comunicativo, nelle relazioni tra i media. Negli ultimi decenni, si è verificato un ribaltamento dell’egemonia nel contesto mediatico. Dalla centralità dei media tradizionali, stampa, radio e tv si è passati alla centralità dei nuovi media di natura digitale e reticolare, che hanno imposto la loro grade diffusione, la loro popolarità e il loro stile. Ma qui c’è la grande differenza: radio, stampa e televisione erano per i politici elementi “terzi”, o almeno tali dovevano apparire, un campo neutro, una casa d’altri di cui il politico era ospite e doveva accattare le regole.

Radio, tv e giornali erano spazi pubblici dove anche i politici si dovevano adeguare ai modi di comportamento che si richiedono in pubblico. I nuovi media, facebook, twitter sono spazi privati, personali dove il politico manifesta la sua personalità più vera, il suo privato senza le regole che il galateo impone in pubblico, dove esprime la sua “pancia” e la sottopone direttamente al giudizio dei cittadini senza mediazioni terze. È il processo che si dice di disintermediazione.  Il dominio di questi media ha invaso anche gli altri media, li ha spinti a uniformarsi al loro stile informale, tanto che le scelte comunicative diverse, più tradizionali, più attente alla forma sono considerate non autentiche, non sincere e quindi negative.

Infine c’è la questione del cosiddetto populismo, che è un termina talmente abusato da diventare generico perdendo ogni significato. Pe essere più precisi, direi che la comunicazione dei politici si è de-istituzionalizzata. Nella campagna elettorale permanente che caratterizza la vita politica da quando i sondaggi rivelano ogni giorno le percentuali di consenso dei partiti e le loro variazioni, i politici, anche quelli che hanno responsabilità istituzionali, parlano non come il loro ruolo richiederebbe, ma per suscitare il consenso dei loro elettori e rispecchiare i sentimenti e le opinioni della maggioranza dei cittadini, o almeno di quelli che ritengono tali.

Ci sono alcune nobili eccezioni, ma restano appunto eccezioni che non incidono sulla tendenza generale. Per fare un esempio di attualità, chiunque ricopra un ruolo istituzionale sa benissimo che nessuno in Italia, neppure il più efferato criminale “deve marcire in galera”, ma che tutti i condannanti devono scontare una pena che contribuisca al loro riscatto. Questo stabilisce la Costituzione e questo dice chi parla in nome delle istituzioni che rappresenta. Se invece si parla per esprimere la propria pancia e per compiacere quello che si pensa sia il sentimento popolare, allora si può dire anche  l’esatto contrario di quello che c’è scritto in quella Costituzione su cui si è giurato.