Torturato e seviziato dai carabinieri, 22 anni in carcere da innocente: ora chiede il risarcimento

Una confessione estorta con minacce e torture. E non stiamo parlando di Guantanamo o di qualche prigione sudamericana, ma dell’Italia. Un innocente è stato costretto al carcere per 22 anni dopo che i carabinieri gli tirarono letteralmente fuori una confessione naturalmente falsa, figlia di ciò che gli era stato fatto.

Oggi la vittima, Giuseppe Gulotta, ha chiesto allo Stato un risarcimento record di 66 milioni di euro per aver scontato ingiustamente il carcere per un reato mai commesso. La richiesta è stata depositata al Tribunale di Firenze. Nell’atto sono citati la presidenza del Consiglio, il ministero dell’Interno, della Difesa e dell’Economia.

Quando Gulotta viene arrestato, nel 1976, ha appena 18 anni. È accusato di aver ucciso due carabinieri in servizio alla stazione di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. Quello a cui viene sottoposto durante l’interrogatorio è inenarrabile. Fatto sta che Gulotta viene condannato all’ergastolo. Con tanto di confessione. Ci vogliono altri 9 processi e 22 anni dietro le sbarre finché non viene accertata la verità. È la Corte d’Appello di Reggio Calabria, nel 2012, a fare giustizia: la confessione è stata estorta con sevizie e torture compiute dall’Arma. Una vicenda particolarmente brutta e di cui l’Italia non può che vergognarsi. E vede coinvolte altre tre persone, tutte e tre risultate alla fine innocenti. Vincenzo, Ferrantelli, Gaetano Santangelo e Giovanni Mandalà; quest’ultimo è morto prima di ottenere l’assoluzione, avvenuta nel 2014. Il decesso è invece del 1998.

A questo punto, anche il risarcimento record richiesto sembra cosa poco rispetto a 22 anni passati senza motivo in carcere. Gli anni più belli della vita di Giuseppe Gulotta. Il suo avvocato, Baldassarre Lauria, dice: “Ci sono due aspetti nell’atto: il primo riguarda la responsabilità dello Stato come tale per non aver codificato negli anni il reato di tortura. Il secondo profilo è quello che attiene agli atti di tortura posti in essere in una sede istituzionale, vale a dire la caserma dei Carabinieri, da personale appartenente all’Arma che ha generato un gravissimo errore giudiziario”.

Grande tristezza per tutta la vicenda e una domanda che rimarrà senza risposta: chi uccise i due carabinieri nel 1976? E poi un altro quesito: i carabinieri che estorsero la deposizione di colpevolezza sono ancora vivi? Se sì, non sarebbe il caso di fare qualcosa, anche se immagino che ormai sia scattata la prescrizione? L’Italia si considera un Paese civile e si considerava tale anche nel 1976, seppure quelli erano anni di sangue, di Brigate Rosse e di guerra quasi civile. E in un Paese civile non è possibile torturare. Neanche il peggiore dei criminali. Figuriamoci un innocente.

di Alessandro Pignatelli

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