Afghanistan: ultimo atto?

di Martina Cera –

I negoziati in Qatar dopo nove anni di tentativi hanno prodotto, secondo gli analisti, il primo passo concreto verso un accodo che potrebbe porre fine a quasi un ventennio di conflitto tra la coalizione a guida statunitense e le milizie talebane.

I colloqui di pace sono durati sei giorni, invece dei due previsti, e si sono conclusi con dichiarazioni ottimistiche da entrambe le parti. La bozza dell’accordo prevederebbe una soluzione in due fasi: nella prima si attuerà la smobilitazione del contingente americano in Afghanistan, con l’impegno da parte delle milizie ad impedire che altri gruppi terroristici utilizzino il Paese per pianificare attentati contro gli USA, mentre nella seconda le due parti discuteranno il ruolo che i talebani avranno nel governo del Paese.

La seconda fase, naturalmente, è la più delicata. Non solo scatterà soltanto nel momento in cui verrà fissata una data per il ritiro dei 14mila soldati americani presenti sul territorio afghano, ma sarà imprescindibile evitare una qualche forma di partecipazione da parte del governo di Kabul, con cui – almeno ufficialmente, i talebani si sono rifiutati di parlare, ritenendone i rappresentanti “pupazzi manovrati dagli Stati Uniti”.

La guerra in Afghanistan, con i suoi diciassette anni, è il conflitto più lungo mai combattuto dalle forze statunitensi. Le due missioni Resolute support e Freedom sentinel con cui gli americani e gli alleati sono presenti nel Paese sono attive dal 2015 come eredi, rispettivamente, delle più note ISAF ed Enduring Fredoom. Entrambe le missioni furono avviate nel 2001 per fornire un sopporto al governo dell’Afghanistan nel contrasto delle milizie talebane e del gruppo Al Qaida.

Con la scelta del ritiro, promesso già in campagna elettorale da Barack Obama, l’America prende atto dell’impossibilità di vincere una guerra che si trascina in una situazione di stallo da anni. Fino al recente incontro a Doha sono stati numerosi i tentativi di coinvolgere i talebani in una qualche forma di accordo, tutti naufragati per una semplice ragione: le milizie non sono mai state così potenti, ad oggi controllano il 35% del territorio ed esercitano la loro influenza su un altro 10%, mentre Kabul è incapace di esercitare una forma di governo effettiva. Probabilmente la speranza dei talebani, che è anche il motivo per cui l’accordo raggiunto a Doha potrebbe essere quello definitivo, è di ottenere il maggior numero di concessioni possibili prima che gli americani lascino il Paese abbandonando il governo a gestire l’insurrezione. Non bisogna dimenticare che le forze armate afghane, a cui la coalizione in tutti questi anni ha fornito un fondamentale supporto, non sono in grado di condurre in autonomia il conflitto. La dichiarazione del portavoce del Pentagono secondo cui il ritiro sarebbe volto a “rendere le forze afghane indipendenti e non vincolate al sostegno occidentale” si scontra, quindi, con una realtà dei fatti molto diversa.


Con l’annuncio del ritiro del contingente americano gli alleati potrebbero sentirsi svincolati dagli impegni presi con gli Stati Uniti. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha sottolineato nella giornata di ieri l’importanza di “non speculare sul ritiro”, dichiarando che “Siamo in Afghanistan per creare le condizioni di una soluzione pacifica negoziata: non lasceremo prima di avere una situazione che ci permetterà di ridurre il numero di truppe, il nostro obiettivo è quello di impedire che il Paese torni ad essere un paradiso sicuro per il terrorismo internazionale”.

Proprio ieri, però, il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha annunciato di aver dato mandato per valutare le modalità del ritiro del contingente italiano. Si tratta di 800 soldati parte della missione Resolute Support con compiti di addestramento e assistenza delle forze armate afghane. Secondo i piani della Difesa entro un mese dovrebbero essere rimpatriate 100 unità, con un forte rischio per la sicurezza di chi resta operativo sul territorio.

La scelta del Ministero della Difesa ha provocato qualche perplessità in seno alla maggioranza di Governo. Il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha commentato di non essere stato messo a conoscenza dell’idea di smobilitare il contingente, mentre Palazzo Chigi fa sapere che la pianificazione “avviata dal ministro Trenta è stata condivisa con la Presidenza del Consiglio”.

Ancora una volta restano molti gli interrogativi sul tavolo: la presidenza Trump sarà coerente nella sua scelta o, come dimostrato in passato, farà marcia indietro a fronte della mancanza di un pieno sostegno da parte dell’amministrazione? Quali potrebbero essere i tempi di un ritiro così importante? E quali, soprattutto, le conseguenze per un Paese che per diciassette anni ha visto scontrarsi sul proprio territorio una forma particolarmente importante di guerriglia, capace di governarne una parte dal 1996 al 2001, e forze armate internazionali che ancora oggi rendono possibile l’esistenza di un governo non talebano a Kabul?

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