In orbita verso gli Oscar: “Gravity” e il dominio di Alfonso Cuarón

In orbita verso gli Oscar: “Gravity” e il dominio di Alfonso Cuarón

31 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Pianeta Terra, 2014. Al Dolby Theatre di Los Angeles, nel corso della cerimonia dei premi Oscar un titolo ritorna prepotente sulle bocche dei presentatori: “Gravity”. Il film di Alfonso Cuarón, presentato in anteprima alla Mostra del cinema di Venezia 2013 e nominato a dieci premi Oscar, dominerà in sette categorie, compresa quella, ambitissima, di “Miglior Regia”. Il regista messicano, giocando sull’unicità di tempo e spazio di azione (e mai come in questo film il termine “spazio” sembra calzare a pennello) narra nella sua semplicità il concetto di solitudine e istinto di sopravvivenza che pervade i protagonisti (George Clooney e Sandra Bullock) nel momento terribile in cui, a causa di una tempesta di detriti, la propria stazione si distrugge, trovandosi a vagare soli nello spazio. Non c’è nessun pianeta da esplorare, nessun ambiente da conoscere e calpestare; lo spazio di “Gravity” è uno specchio immenso riflettente i propri pensieri; un confessionale, una stanza chiusa su se stessi, ma aperta sul mondo, su quella palla color blu apparentemente distante pochi passi, ma lontana chilometri, in cui gli astronauti Ryan Stone e Matt Kowalsky donano all’oscurità circostante pensieri e ricordi indicibili. Il vagare in assenza di gravità è un viaggio interiore, un’odissea nel proprio spazio personale reduplicato in quello immenso che li ingloba, inghiottendoli. Nell’epopea personale travestita da blockbuster, Cuarón lima gli aspetti più propriamente hollywoodiani per esaltare la propria autorialità, sempre attenta all’aspetto umano dei propri racconti, siano essi universi apocalittici e bellici privati dell’urlo di neonati (“Figli degli uomini”) che mondi magici minacciati da forze oscure in procinto di rinascere (“Harry Potter e il prigionieri di Azkaban”).

L’umanità e l’empatia delle sue storie si confermano ingredienti principali della sua produzione autoriale anche in “Roma” (disponibile su Netflix e nominato a dieci premi Oscar), con cui Alfonso Cuarón sembra pronto a lasciare – di nuovo – la propria impronta sul palco del Dolby Theatre. Il blu scuro, eppure così accecante, fortemente in contrasto con il bianco delle divise degli astronauti di “Gravity”, lascia spazio al bianco e nero di “Roma”. Cuarón può volare alto, in spazi cosmici, per poi tornare sul suolo freddo dell’asfalto, passando da campi lunghissimi ritraenti una galassia lontana, a dettagli ordinari come una pozzanghera riflettente, ancora una volta, il cielo attraversato da un aereo.

“Gravity” è un valzer, una danza metafisica lontana dai cliché di cinema americano che vogliono l’universo come una mappa segnalante possibili avventure, o pericoli da debellare. Prendendo a prestito le visioni intimistiche – e di (ri)nascita umana – di “2001: odissea nello spazio” (Stanley Kubrick, 1968) e “Moon” (Duncan Jones, 2009), il film debutta con un volteggio elegante, mozzafiato, distante dalla struttura classica e costruito attentamente per presentarci i protagonisti nel loro aspetto più umano. Si tratta di un lungo piano-sequenza attento e misurato con cui il regista e il direttore della fotografia Emmanauel Lubezki innestano nello spettatore l’idea che i due astronauti in realtà li conosce da sempre. Cinema fluttuante e di respiro, fatto di corpi galleggianti e sbattuti nel vuoto di un viaggio esistenziale vestito da missione spaziale, “Gravity” sorprende e colpisce nel cuore il proprio pubblico, fino a un finale catartico, ammaliante e capace di scuoterci  liberandoci dal “senso di colpa” invisibile che ci opprime all’interno della nostra navicella spaziale chiamata “corpo umano”.

Seppur solo apparentemente opposto a “Roma” per impianto visivo, in realtà “Gravity” non è altro che il prologo di quella ricerca intima ed esistenziale compiuta da Alfonso Cuarón nel corso degli anni. Non dobbiamo far altro che aspettare e vedere se il prossimo 24 febbraio il regista messicano farà la storia non solo portandosi a casa l’ambita statuetta per “Miglior film straniero”, ma anche quella di “Miglior film”. Sulla sua qualità da regista ogni dubbio è stato lasciato nel buio dello spazio.