In Venezuela la speranza si chiama Juan Guaidò

In Venezuela la speranza si chiama Juan Guaidò

31 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Antonella Lenge –

Ma come vivono i venezuelani questo attrito che ha ormai dimensioni internazionali?

Ho contattato le mie care amicizie oltreoceano, coloro che poco meno di 10 anni fa mi avevano fatto conoscere l’esotico sapore delle inimitabili empanadas e quel dolce tres leches del quale non so come abbia imparato ormai a farne a meno, quel dessert che per me rimane il simbolo del Venezuela: candido e soffice come le sue spiagge, dolce come il sorriso caloroso della gente, fresco come l’aria condizionata (esagerata) degli ambienti.

È sempre bello e costruttivo sentire Liany, Eblin, Luciana ed Elizabeth. Certo, avrei preferito altri contenuti ma il loro punto di vista mi era vitale per parafrasare i contenuti dei giornali degli ultimi giorni…e poi loro hanno quella forza d’animo, quell’energia contagiosa anche a miglia di distanza che finisce sempre per convincermi che andrà tutto per il meglio.

Liany è un ingegnere edile. Quando vivevo lì era iperattiva e impegnata sul campo, anche se già con Chavez cominciavamo a provare l’ebbrezza delle prime mancanze.

Oggi Liany fa parte di quella larga fetta di popolazione che si è vista costretta ad emigrare verso gli Stati Uniti, per assicurarsi un lavoro, un futuro o forse solo una vita. Ha però tutta la sua famiglia in Venezuela che le racconta la tortura di vivere lì: non hanno mangiato carne per un lungo periodo perché non c’era e, quella che c’era, era troppo costosa, oltre che di pessima qualità.

Un tempo quasi tutto era sovvenzionato dallo Stato; poi, in seguito a cattive politiche e tanto spreco, questi aiuti sono andati via via scomparendo e i prezzi sono aumentati, cosicché la gente adesso non solo non ha più sussidi statali, ma ha anche assistito a un rapido aumento dei prezzi che non sono proporzionali ai salari. Il divario tra classe media e classe alta aumenta sempre più e l’unica speranza è di coloro che hanno parenti fuori Paese che possano inviare qualche aiuto economico. L’alternativa alla miseria è partire per una lunga passeggiata a piedi alla volta di Paesi limitrofi e, sperare, in una nuova realtà.

“Juan Guaidò ci fa sperare che tutto possa iniziare a cambiare: ci vorrà tempo, bisognerà restituire ai cittadini il loro valore” dice, emozionata, Liany.

Luciana è un avvocato e seppur con rabbia e timori, non ce la fa ad abbandonare il suo Paese natio. Denuncia con veemenza che ciò che sta accadendo in Venezuela non ha precedenti a livello mondiale: economicamente nessun Paese ha mai avuto un andamento così astratto e inspiegabile, sebbene il problema più grande sia sul fronte politico. “Si vive nella paura. Nel quartiere in cui risiedo, ci sono sempre dei poliziotti mandati dal Governo che, nascosti in auto blindate, osservano tutti e tutto e se pensano che qualcuno sia un oppositore di Maduro, si sentono autorizzati a rapirlo e appropriarsi della sua casa. Io temo sempre che possano vedermi pericolosa. È per questo che tanta  gente ha paura persino di uscire per urlare i propri diritti. Guaidò mi fa sperare da un lato ma la pressione americana mi terrorizza dall’altro.”

Eblin è un’impiegata e conferma che l’ascesa di Guaidò è del tutto legittima. “Il governo “usurpador” e “represor” di Maduro è arrivato ai limiti della sostenibilità e con Guaidò speriamo tutti di uscire da tutto questo. Lui ci dà la speranza di recuperare il nostro Paese.”

Tutte hanno sottolineato quanto il governo madurista abbia in realtà basato principalmente la propria economia sul narcotraffico. Le tasche del governo si sono gonfiate in modo sporco e molti sono stati i politici di opposizione che, “pentiti”, sono passati dall’altra parte, per fare i propri interessi e mancare del tutto al loro giuramento di difesa della Nazione.

Infine c’è Elizabeth, Vice Console Onoraria d’Italia che adesso vive in Messico. Figlia di siciliani, amava essere a disposizione degli italiani emigrati e adesso si ritrova lei stessa ad essere in terra straniera.

Con la solita determinazione che l’ha sempre contraddistinta, riflette su quanto il Venezuela sia paragonabile a un paziente molto malato appena entrato in Sala Operatoria. “Per la prima volta siamo in mano a una squadra internazionale di medici disposti a restituirci la salute. Sarà un’operazione lunga in quanto abbiamo 20 anni di metastasi da estirpare…ma la buona notizia è che siamo in Sala Operatoria.”