La nuova tratta: gli atleti-schiavi, succubi di Paesi senza scrupoli

La nuova tratta: gli atleti-schiavi, succubi di Paesi senza scrupoli

31 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Lo sport dovrebbe essere un’opportunità. Quando si decide di votare la maggior parte della vita ad esso, lo si fa in vista di un miglioramento futuro, per entrare nella storia. Il marcio che però lo segue si manifesta in più modi. Uno dei più subdoli è questo: convincere con poco giovani atleti africani a cambiare Paese, per poi ritrovarsi in schiavitù. Lo diceva un’inchiesta del “The Guardian” qualche tempo fa.

Qatar, Bahrein e Azerbaigian ecco i finti paradisi. In patria la competizione per arrivare in nazionale è spietata, così sono molti quelli che accettano di partire. Le promesse però non vengono mantenute: una volta giunti a destinazione vengono resi atleti-schiavi: gli viene ritirato il passaporto, non vedono i soldi promessi, non hanno la libertà di uscire e spesso sono costretti a ingurgitare droghe per migliorare le loro prestazioni. Capita addirittura che gli vengano sequestrati anche i premi in denaro che si conquistano in competizione.

Un picco c’è stato prima delle Olimpiadi di Rio, ad esempio, sul numero di richieste di cambio di federazione ricevute dall’associazione internazionale delle Federazioni di atletica leggera. I medaglieri di questi Stati effettivamente subiscono una botta di vita. Un altro esempio, ai Campionati Europei di Amsterdam del 2016, la Turchia ha dominato il medagliere, con 12 atleti saliti sul podio: 6 di loro erano ex atleti kenioti. O ancora i successi del Bahrein: le prime medaglie olimpiche proprio ai Giochi di Rio. L’atleta di origine keniota Ruth Jebet è salita sul gradino più alto del podio nei 3.000 siepi, competizione per cui detiene anche il record mondiale.

epa05486693 Ruth Jebet of Bahrain celebrates after winning the gold medal in the women’s 3000m Steeplechase final of the Rio 2016 Olympic Games Athletics, Track and Field events at the Olympic Stadium in Rio de Janeiro, Brazil, 15 August 2016. EPA/ANTONIO LACERDA

Mentre la sua collega Eunice Kirwa, anche lei keniota naturalizzata bahreinita, ha conquistato l’argento nella maratona. Leonard Mucheru, un corridore keniota, che si è trasferito in Bahrain nel 2003 aveva dichiarato durante un’intervista di sentirsi uno schiavo. Raccontò che gli tolsero il passaporto, dicendogli che non poteva lasciare la stanza di albergo in cui alloggiava. Lily Abdullayeva, atleta etiope, ha visto la sua carriera finire, a causa di un infortunio al tallone curato male dalla federazione di adozione. Si è allenata in Azerbaigian dal 2009 al 2013, ha provato a denunciare quello che le è capitato, ma la Federazione azera ha negato ogni responsabilità.

Il problema è che ultimamente il fenomeno è arrivato anche in Italia, anche se per mano di “privati”, nello specifico nello sport lombardo. Dopo la tratta dei baby calciatori, provenienti dall’Africa o dal Sudamerica, che da anni sporca il mondo del pallone, ora a far tenere gli occhi aperti è quella dei corridori, con situazioni ancora più riprovevoli che riguardano l’atletica leggera. In particolar modo corse campestri e mezzofondo. La primavera è la stagione delle corse all’aperto, ce ne sono tante programmate anche in Italia. Non sono gare note cui partecipano campioni provenienti da tutto il mondo, ma competizioni dilettantistiche, anche a livello regionale.

Ogni fine settimana, da fine febbraio a maggio, centinaia di atleti si sfidano per la gloria e pochi spiccioli. Ma c’è chi riesce a lucrare pure su di loro. Organizzatori, intermediari e faccendieri senza scrupoli si mettono d’accordo: individuano determinate corse per la stagione e poi ingaggiano i “lavoratori a cottimo” da portare in Italia e far gareggiare sottopagandoli. Puntano su alcuni specialisti di queste distanze, giovani atleti fuori dal grande giro dei professionisti quotati che si confrontano nei grandi meeting estivi o in competizioni tipo Europei, Mondiali e Olimpiadi. In Italia non ci sono così tanti soldi per pagare campioni affermati.

I paesi di reclutamento sono soprattutto due: il Kenya per quel che riguarda gli uomini e la Lituania per le donne. Ma non mancano, in qualche caso, anche etiopi e somali, lettoni ed estoni. Tutti vengono convinti a trasferirsi in Italia per alcuni mesi, a loro viene assicurato un visto turistico trimestrale. A quel punto si indirizzano gli atleti nelle varie gare: in Campania, nel Lazio, in Toscana e in Lombardia. I ragazzi vincono le corse programmate nel loro periodo di soggiorno italiano, lasciano gran parte dei premi vinti ai loro truffatori e tornano mestamente a casa, nella migliore delle ipotesi. La cifra per cui si fa tutto questo è ridicola, perché certe corse mettono in palio poche centinaia di euro.