Donna, mamma, lavoratrice: in Italia si deve per forza scegliere per non essere “equilibriste”

Donna, mamma, lavoratrice: in Italia si deve per forza scegliere per non essere “equilibriste”

7 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Donne sull’orlo di una crisi di nervi. No non parliamo del noto film degli anni ’80 di Pedro Almodóvar, ma dell’attualità. Ogni giorno leggiamo delle difficoltà delle donne, specie se madri, al lavoro. Maternità praticamente negata se si vuole lavorare, difficoltà di affermarsi e fare carriera più dei colleghi, pregiudizi. Sembrano solo luoghi comuni e piagnistei di genere. Non è proprio così. Spesso alle donne capita anche nelle professioni più insospettabili di trovare difficoltà. Intendiamoci. Parità ce n’è, le donne sono approdate in tutti i mestieri, sulla carta non hanno limitazioni.

La vita reale e la quotidianità, però, sono una cosa differente. Un mondo che dice di tutelare l’iniziativa femminile, la parità, la maternità, si riduce ad una spietata selezione lavorativa che preclude tutte le possibilità sbandierate dalla società che si definisce progredita e aperta. Le donne, in realtà, quasi ovunque sono costrette a scegliere tra lavoro e figli e alla fine scelgono la famiglia. A confermarlo sono i dati forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro. Nel 2016 le donne che si sono licenziate dopo la gravidanza sono state 29.879. Di queste solo 5.261 sono passate ad altra azienda dopo la maternità, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino, per costi elevati e mancanza di nidi o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e sono uscite dal mercato.

Per gli uomini la situazione è capovolta: su 7.859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5.609 sono passati ad altra azienda mentre solo una piccola percentuale ha deciso di rinunciare al lavoro per difficoltà familiari. Rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari dunque e il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva. Inoltre si sceglie, forzatamente, di diventare madri sempre più tardi: l’Italia è in vetta alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni. Il tasso di disoccupazione delle donne, e in particolare delle madri, è tra i più alti in Europa, discriminazioni radicate nel mondo del lavoro, forte squilibrio nei carichi familiari tra madri e padri, poche possibilità di conciliare gli impegni domestici con il lavoro, a partire dalla scarsissima offerta di servizi educativi per l’infanzia.

È questo il quadro che emerge dall’analisi di Save the Children “Le Equilibriste: la maternità in Italia”. La ricerca include l’Indice delle Madri che identifica le Regioni in cui è più o meno facile essere madri, elaborato dall’ISTAT. Emergono, inoltre, notevoli differenze tra regioni del Nord, sempre più virtuose a parte poche eccezioni, e quelle del Sud, troppo spesso carenti di servizi e di sostegno alla maternità. In linea di massima, però, la ricerca sottolinea un peggioramento generale dell’Italia per quanto riguarda l’accoglienza dei nuovi nati e il sostegno alle loro mamme.

Negli anni, la classifica delle regioni non subisce delle variazioni sostanziali, con le Province autonome di Bolzano e Trento rispettivamente al primo e secondo posto seguite da Valle D’Aosta (3° posto), Emilia-Romagna (4°), Friuli-Venezia Giulia (5°) e Piemonte (6°). Bolzano e Trento non solo conservano negli anni il primato, ma registrano miglioramenti. Emblematico, al contrario, il caso dell’Emilia-Romagna che passa da una prima posizione nel 2008 ad una quarta nel 2018. Tra le regioni del Mezzogiorno fanalino di coda della classifica, la Campania risulta peggiore regione e perde due posizioni rispetto al 2008, preceduta da Sicilia (20° posto), Calabria (che pur attestandosi al 19° posto guadagna due posizioni rispetto al 2008), Puglia (18°) e Basilicata (17°).

Il divario Nord-Sud è evidenziato dall’Indice delle Madri di Save the Children anche nelle tre singole aree di indicatori prese in esame per ciascuna regione: cura, lavoro e servizi per l’infanzia. Inoltre, al lavoro e ai figli, anche la gestione della casa: al lavoro domestico, comunque, nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni, le donne dedicano 3 ore e 25 minuti al giorno, contro un’ora e 22 minuti degli uomini. Lo stesso vale per il lavoro riservato alla cura dei familiari conviventi, in particolare dei figli fino a 17 anni: 2 ore e 16 minuti al giorno è il tempo impiegato dalle donne, contro un’ora e 29 minuti degli uomini. A tutti i dati bisogna aggiungere anche la condizione psicologica in cui il lavoro femminile è inquadrato: le “dimissioni in bianco”, le molestie, i pregiudizi sulle capacità. La discriminazione che arriva dall’essere madre quando si parla di figli e carriera. Tutto insieme allo stress e alla vita privata quotidiana può portare a veri e propri crolli, dagli esiti tragicamente imprevedibili a volte.