In Libano si insedia il governo di unità nazionale guidato dal premier Saad Hariri

In Libano si insedia il governo di unità nazionale guidato dal premier Saad Hariri

7 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Dopo quasi nove mesi di estenuanti trattative un governo di unità nazionale si è insediato a Beirut. A guidarlo il premier Saad Hariri, sunnita a capo della coalizione politica Movimento Futuro, al suo terzo mandato.

Il nuovo governo è, evidentemente, lo specchio del successo politico di Hizb Allah: non è un caso che Teheran, al contrario di Washington e Riyad, abbia espresso la sua soddisfazione per il superamento dello stallo che durava da maggio.

Il panorama politico, in Libano, si regge sull’equilibrio tra le tre anime del Paese: quella cristiano-maronita, quella sunnita e quella sciita. In un momento storico in cui il Medio Oriente è in fiamme e le ambizioni geopolitiche dei tre grandi attori della regione, Iran, Israele e Arabia Saudita, si scontrano in una serie di proxy-war, Hizb Allah è stato attento a non turbare la già precaria unità nazionale. Il movimento sciita ha formato un blocco con i cristiani della Corrente dei Liberi Patrioti, il partito del capo dello Stato Michel Aoun, e altre forze sunnite, lasciandogli dieci ministeri. Tre, invece, sono quelli presi in carico dal movimento di Nasrallah, tra cui quello della salute guidato da Jamil Jabak. Si tratta di una scelta fortemente strategica: il dicastero è il quarto per budget, una sua guida attenta permette di generare consensi tra gli elettori e di aggirare le pesanti sanzioni imposte dagli alleati dell’Arabia Saudita al movimento. Non è un caso che Washington abbia espresso perplessità sulla nomina di Jabak, che nonostante non faccia formalmente parte di Hizb Allah è stato medico personale di Nasrallah.

“Sono necessarie calma e riconciliazione. Dobbiamo essere uniti per rispondere ai problemi del Paese”: sono queste le parole pronunciate da Nasrallah stesso dopo l’insediamento di Hariri.

Il Paese dei cedri vive da anni una crisi economica importante, con un debito pubblico di 80 miliardi di dollari, quasi il 141% del Pil, e un tasso di disoccupazione che nell’ultimo anno ha raggiunto il 36%. A contribuire a questa situazione, senza dubbio, l’inizio della guerra in Siria che ha esasperato le tensioni attorno a Beirut e bloccato una crescita che prima del 2011 viaggiava attorno al 9%. Le conseguenze dei conflitti nella regione hanno, tra le altre cose, contribuito all’intensificarsi di una crisi umanitaria senza precedenti, con un’emergenza migratoria reale e non frutto di propaganda elettorale. L’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati parla di oltre 2 milioni di profughi nei campi sulla frontiera, le cui condizioni disastrose sono state denunciate in passato anche dalla Chiesa maronita.

Nell’attuale panorama politico, in realtà, la posizione più precaria è proprio quella del Primo Ministro. Saad Hariri, che nel novembre del 2017 fu bloccato dalle autorità saudite nel corso di una visita ufficiale in cui fu costretto a rassegnare dimissioni, poi prontamente ritirate al suo ritorno in patria, è dovuto scendere a patti con una serie di compromessi su cui qualche mese fa sembrava disposto a non transigere.

La sfida, per questo governo, è riuscire a guardare oltre la polarizzazione delle tensioni interne con un occhio attento alle sfide con l’esterno. Non bisogna dimenticare l’avvicinarsi delle elezioni in Israele che, non c’è dubbio, Benjamin Netanyahu intende vincere spostando l’asse della politica regionale su un forte presenzialismo in chiave anti-iraniana. Le conseguenze per un governo in cui il ruolo ricoperto da Hizb Allah è cruciale sarebbero, in questo senso, particolarmente difficili da gestire.