Mamme atlete: si può fare! Gli esempi che la maternità non sempre sono sintomo di ritiro

Mamme atlete: si può fare! Gli esempi che la maternità non sempre sono sintomo di ritiro

7 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Il binomio mamma atleta non è in contraddizione. L’esempio lampante è la coppia Cagnotto-Dallapè. Le ragazze del sincro italiano a più di due anni dall’argento di Rio, sono diventate mamme e qualche mese fa sono anche tornate ad allenarsi. Obiettivo Tokyo 2020, figlie permettendo. Alcune atlete sono di per sé toste e alcune addirittura non hanno lasciato il campo nemmeno in gravidanza. Ad esempio, Serena Williams era già incinta agli Australian Open e li ha pure vinti.

Insomma, in gravidanza si può fare sport. E se si è un’atleta professionista si può anche gareggiare. Serena Williams insegna che si può anche vincere. Non è la sola. Josefa Idem fece un mondiale di canoa incinta arrivando terza e ha raccontato a Vanity Fair di essersi allenata durante entrambe le sue gravidanze. Nel 2009 la golfista Catriona Matthew vinse un torneo in Brasile incinta di 5 mesi del secondo figlio. Era incinta di 5 settimane la giocatrice di beach volley Kerri Walsh Jennings quando vinse l’oro alle olimpiadi di Londra del 2012. La ginnasta russa Larisa Latynina vinse i suoi 5 ori ai Mondiali del 1958 incinta di quattro mesi.

In una intervista all’Indipendent nel 2012 ha detto che non lo sapeva neanche il suo allenatore. Sono salite sul podio olimpico anche Camilla e Rebecca, le gemelle di Martina Valcepina, bronzo nella staffetta dello short track a Sochi 2014. Molto lunga la lista di quante sono tornate alle gare e alle vittorie dopo la maternità, proprio come il dinamico duo Dallapè-Cagnotto. L’olandese Fanny Blankers-Koen vinse quattro medaglie olimpiche nella corsa ai Giochi del 1948 quando aveva 30 anni e due bambini. È tornata Valentina Vezzali, la maratoneta inglese Paula Radcliffe, l’eptatleta britannica Jessica Ennis. Spesso è l’anno che segue le olimpiadi quello in cui nascono i figli delle atlete, perché dopo ce ne sono tre per ritornare ai massimi livelli,0 Elisa di Francisca è un esempio.

E non c’è soddisfazione grande come quella di abbracciare i propri figli all’arrivo e alla fine di una partita. Non è però di tutte il diritto alla maternità. Le atlete italiane degli sport di squadra, considerate dilettanti, come le calciatrici, sono spesso costrette a lasciare l’attività agonistica perché non hanno tutele e contratto. Per il momento, in Italia hanno riconosciuto il professionismo solo quattro sport, esclusivamente maschili): calcio, ciclismo, golf e pallacanestro.

La legge a cui far riferimento è la 91, del 1981, che disciplina le “norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”. Le donne vengono tagliate fuori: nonostante molte atlete abbiano fatto dello sport il proprio lavoro o abbiano dato lustro alla Nazionale italiana, rimpolpando il palmarès di medaglie e trionfi, sulla carta restano delle dilettanti. Esiste un Fondo di maternità, che è un buon supporto:in caso di gravidanza, invece di vedersi rescindere il contratto, le atlete ora percepiscono un’indennità dallo Stato. Tuttavia, gli ostacoli restano tanti e si riflettono nei numeri: ai vertici delle organizzazioni dirigenziali, solamente il 14% è appannaggio femminile. Dato che sale nell’area tecnica, ma comunque contenuto entro il 20-25%. Lo sport sembra essere ancora un campo prevalentemente maschile.