Recessione: che cosa ci aspetta? In cattedra il Prof. Colombatto

di Deborah Villarboito –

“Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire”. Così ha detto il Premier Giuseppe Conte su Rai Due in “Povera Patria” della scorsa settimana. Lascia perplessi dopo la pubblicazione dello scorso 31 gennaio da parte dell’Istat del dato sull’andamento del PIL nel quarto trimestre. Ciò che è stato rilevato è un -0,2% e alert Italia, anche se stima preliminare. Il Professor Enrico Colombatto, Ordinario di Economia Politica all’Università di Torino ci spiega alcune cose: «Magari sarà un anno bellissimo per Conte, ma per gli Italiani sarà un anno molto difficile. Siamo in recessione perchè i dati lo dicono e l’orizzonte è fosco. Un’economia cresce quando c’è spirito ed entusiasmo imprenditoriale. Quando la gente lavora, quando innova. Non è questo il clima che si respira nell’Italia di questi mesi purtroppo».


Si parla quindi di recessione tecnica «quando il prodotto interno lordo, cioè l’insieme della ricchezza tra beni e servizi che vengono prodotti nell’ambito di un Paese, scende per due o tre trimestri consecutivi. Noi sostanzialmente abbiamo una situazione in cui per sei mesi, la ricchezza creata è inferiore rispetto ai mesi precedenti». Cosa cambia nella vita dei cittadini? Non molto: «Per il cittadino essere in recessione, cioè con un prodotto interno lordo in flessione dello 0,2-0,3% non è che cambia la vita. Il problema è in prospettiva. I nostri conti pubblici erano tollerabili sulla base di previsioni di crescita totalmente diverse, con un Pil o economia stagnante o che si contrae addirittura. Questi conti pubblici non sono più tollerabili e sostenibili – continua il Professor Colombatto – Vuol dire che o il governo si rassegna a ridurre la spesa pubblica oppure è costretto ad aumentare l’imposizione fiscale».

Situazione difficile, che potrebbe peggiorare: «Non è il caso di fare del catastrofismo, però la situazione non è allegra. Se un’economia incomincia ad andare male e se le autorità di politica economica reagiscono ancora peggio, cioè aumentano l’imposizione fiscale, la regolamentazione o quelli che si definivano “i lacci e lacciuoli” all’attività imprenditoriale, nessuno investe più o comunque gli investimenti scendono. Se nessuno investe e il clima si fa incerto, le prospettive occupazionali diventano sicuramente più incerte e c’è il rischio di trovarsi in una situazione, non dico in stile Grecia, ma la strada è quella».

La recessione, però, non è iniziata l’altro giorno. Il periodo che stiamo vivendo è protratto nel tempo: «Abbiamo avuto delle contrazioni forti durante la crisi del 2008, a cui altri sono riusciti a reagire, mentre noi no. Non è stato recessione, quanto stagnazione o mancata crescita. Le origini di ciò risalgono a 20 anni fa se non 30. La variabile chiave per capire quando arrivano i guai è quella sulla produttività. Noi in Italia abbiamo sostanzialmente a crescita zero, e per diversi anni è stata addirittura negativa. Quindi se la nostra produttività è scadente, è difficile crescere. È purtroppo un meccanismo che si alimenta da solo perchè se è stagnante, noi perdiamo in competitività. Da ciò l’investimento viene scoraggiato e la produttività cala ulteriormente».


La manovra economica del Governo non aiuta la situazione: «Gli ultimi provvedimenti in materia economica vanno in direzione opposta. Prendiamo il reddito di cittadinanza. Se si paga della gente per non lavorare, non ci si deve stupire del fatto che la gente non lavori. Se si persevera in un sistema pensionistico che non possiamo sostenere, non ci si deve lamentare del fatto che la gente si stufi di pagare le pensioni a chi forse dovrebbe lavorare. Tutto il meccanismo delle pensioni anticipate, vuol dire gente che smette di lavorare e che di fatto vive sulle imposte pagate dagli altri. Se il nostro obiettivo è quello di rilanciare l’economia, noi dobbiamo avere una politica economica che induca la gente a lavorare e a investire».

Cosa fare dunque per smuovere questa situazione di stallo in negativo? Il professore ci dà tre idee: «La prima, ridurre drasticamente il peso fiscale e quindi la spesa pubblica. Non possiamo permetterci una spesa pubblica di queste dimensioni e anche inefficiente. La seconda sarebbe deregolamentare. Noi abbiamo un’economia ingessata perchè la regolamentazione e il potere discrezionale del politico e del burocrate sono eccessivi, come i passaggi burocratici e tutto questo scoraggia l’investimento e le attività imprenditoriali. In terzo luogo, bisognerebbe avere delle regole certe, stabili e chiare. Non possiamo cambiare la legislazione così spesso. Un investitore non investirà mai una lira in un Paese dove le regole del gioco cambiano ogni cinque minuti, dove purtroppo i tempi della giustizia sono quelli che sono, dove il labirinto della burocrazia è quello che è. Gli imprenditori non sono spaventati tanto dal carico fiscale, anche se eccessivo, ma dall’incertezza, dall’arbitrio, dal potere discrezionale – conclude – Se si vanno a vedere le indagini sulla percezione del clima istituzionale, noi finiamo in fondo all’elenco dei Paesi industrializzati. Ciò non vuol dire che siamo necessariamente più corrotti e inefficienti degli altri. Ma vuol dire che comunque gli investitori e gli imprenditori ci percepiscono come tali. Purtroppo le percezioni contano e a volte dietro di loro ci sono anche delle realtà».

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