Venezuela: se l’appoggio a Guaidò è solo una scommessa diplomatica

Venezuela: se l’appoggio a Guaidò è solo una scommessa diplomatica

7 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

La sfida tra Nicolas Maduro e Juan Guaidò in Venezuela si giocherà tutta nei prossimi giorni e dipenderà, in larga parte, dalle prese di posizione sullo scacchiere  geopolitico. Se da un lato il presidente punta a rallentare la macchina delle sanzioni e delle minacce internazionali, in primis quella dei cinquemila soldati statunitensi al confine, il leader dell’opposizione spinge verso le elezioni.

Lo scorso maggio Nicolas Maduro ha ricevuto l’incarico per un secondo mandato presidenziale dopo una tornata elettorale in cui il vero protagonista è stato il partito dell’astensione. L’erede di Chavez ha visto confermare la sua posizione con il 67%  dei voti, ma solo un terzo degli aventi diritto si è recato alle urne. La silenziosa protesta dei venezuelani è la diretta conseguenza di anni di crisi economica esasperata da un’inflazione del 10’000’000%, da profonde diseguaglianze sociali e dall’aumento della fame e della modalità infantile. Questa crisi è figlia del calo nella produzione del petrolio che, fino a qualche decennio fa, aveva permesso ad Hugo Chavez di condurre una politica sociale estremamente generosa e di far fronte al debito pubblico.

Tre giorni dopo l’insediamento di Maduro Juan Guaidò, esponente del partito Voluntad Popular e presidente di un’assemblea parlamentare guidata dall’opposizione, è stato trattenuto per circa un’ora dagli agenti del Sebin, il servizio di intelligence interna. Dopo il suo rilascio ha tenuto un comizio nello Stato di Vargas in cui ha ribadito la sua intenzione di assumere le funzioni di presidente ad interim, già espressa in numerose occasioni pubbliche. Forte del sostegno internazionale, soprattutto quello del Brasile di Jair Bolsonaro e degli Stati Uniti di Donald Trump, il 23 gennaio ha dato seguito alle sue parole autoproclamandosi presidente.

Dopo quasi due settimane di crisi la situazione di immobilismo in cui versa il Venezuela si è esacerbata anche a causa delle posizioni contrastanti assunte dalla comunità internazionale. Il blocco di Paesi che sostengono Maduro, tra cui Russia, Cina e Turchia, potrebbero sostenerlo solo a patto di non compromettere ulteriormente le relazioni con gli Stati Uniti di Trump. Mosca e Pechino, in particolare, guardano pragmaticamente ai propri interessi politici e commerciali e attendono un chiarimento nella posizione di Washington. Se Trump, per il momento, si è mantenuto fermo nel sostegno a Guaidò è vero che, negli ultimi due anni, la politica estera statunitense è stata caratterizzata da quei continui ripensamenti che hanno reso Washington un alleato inaffidabile per chi contava sul suo supporto. Più ferma è l’opposizione del cosiddetto “Gruppo di Lima” che dall’8 agosto 2017 spinge per le dimissioni di Maduro. Del gruppo fanno parte, oltre al Brasile, Argentina, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Guyana, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia. Questi Paesi si sono detti disposti a fornire un aiuto umanitario al Venezuela e hanno riconosciuto e sostenuto fin da subito l’autoproclamato presidente Guaidò.

Se l’idea di un conflitto, sostenuta nella regione soprattutto dal Nicaragua, appare ai due contendenti come l’ultima ratio è ormai evidente che per uscire dallo stallo sia necessario puntare a nuove elezioni. Quello che manca al dibattito è una presa di posizione forte sulle ingerenze internazionali nel Paese: se la presidenza Maduro merita di cadere è pur vero che appoggiare un presidente autoproclamato è una scelta superficiale e pericolosa per i venezuelani. L’idea di un sostegno militare alla causa di Guaidò, come quello che ha messo sul tavolo Donald Trump, getterebbe nel caos un Paese che, nonostante abbia manifestato chiaramente la propria sfiducia per Maduro, si compatterebbe a fronte di quella che non può che essere percepita come un’invasione. Se guardiamo poi ai commenti degli analisti internazionali sull’allineamento, non scontato di Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania alla causa Guaidò, l’impressione è che il Venezuela sia finito in una partita più grande: quella degli ultimi tentativi da parte dell’UE di non scontentare un alleato sempre più imprevedibile, rinunciando a prendere posizione sul Venezuela per ottenere concessioni su altri tavoli diplomatici, per esempio quello iraniano.