Welfare in Europa: l’Italia è in ritardo per la parità di genere

Welfare in Europa: l’Italia è in ritardo per la parità di genere

7 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Una parola sintetizza l’Europa di fronte alla maternità di donne che lavorano: si chiama welfare. Necessario ricorrervi perché è cresciuta la partecipazione della donna al mondo lavorativo: dal 59,5 del 1995 della Ue a 15 al 70,2% nella Ue a 28 di oggi. Fa da contraltare all’aumento delle donne in carriera, la diminuzione della nascite (1,58 nel 2015).

Insomma, è così difficile conciliare lavoro e famiglia? Sì. Il welfare dovrebbe garantire proprio la cosa opposta: avere figli senza mettere a rischio la propria occupazione e garantendo dunque standard di produzione e sostenibilità dei sistemi pensionistici. L’Italia si distingue in senso negativo per le tutele e i servizi per i minori. Al di fuori, invece, la situazione è migliorata. Ci si attrezza per venire incontro alle esigenze di conciliazione dei cittadini europei. Si investe nelle politiche child care and education, con lo scopo di ridurre il rischio della povertà per i minori.

Povertà da leggere sia in senso materiale sia in senso educativo. Quei bambini che provengono da famiglie assolutamente non benestanti conseguono con più facilità brutti risultati a scuola. Hanno meno possibilità di far parte del mondo sociale e di partecipare ad attività culturali e ricreative. Insomma, non si realizzano. Da adulti avranno più problemi a vivere e a trovare lavori di qualità.

L’Italia si basa su un modello familista, ma solo recentemente ha cominciato a lavorare per colmare il divario di welfare con gli altri Paesi dell’Europa occidentale. Nel 2010, l’Istituto di Colonia per la ricerca economica valutava la disposizione riguardante tempi di lavoro flessibili e le misure di supporto al congedo parentale poco diffuse nelle imprese italiane: nell’88% e nel 57% delle aziende, rispettivamente. Le leggi di stabilità del 2016 e del 2017 hanno leggermente migliorato il welfare aziendale e contrattuale. Ma nel nostro Paese ha preso piede un’espressione: la femminilizzazione della povertà. Un circolo vizioso che così si consuma: la donna non riesce a conciliare lavoro e famiglia, quando lo fa c’è il gender salary gap. Diventa dunque più povera dell’uomo.

Il gender salary gap è purtroppo ben presente in tutta Europa e si somma al welfare, ancora carente in molti Stati e in molte aziende. Ma con il Piano d’Azione 2017-2019 si è fatto qualcosa di concreto per contrastare il divario retributivo di genere. La Commissione ha previsto otto piani d’azione: migliorare l’applicazione del principio di parità retributiva, lottare contro la segregazione occupazionale e di settore, rompere il ‘soffitto di cristallo’, ossia iniziative contro la segregazione verticale, ridurre l’effetto penalizzante delle cure familiari, valorizzare di più le capacità, gli sforzi e le responsabilità delle donne, dissolvere la nebbia, ossia svelare disuguaglianze e stereotipi, informare sul divario retributivo di genere e rafforzare i partenariati per lottare contro il divario retributivo di genere.

Nel nostro Paese la disparità di genere è attestata al 69,2%, dove lo 0 sta a significare che c’è discriminazione totale e 100 parità assoluta. Dal 2009 a oggi, purtroppo, il divario è addirittura cresciuto. Europa occidentale e Nord America sono le zone posizionate meglio, 75 e 72%. I Paesi più poveri sono quelli con le differenze più gravi (Medio Oriente e Nord Africa sono al 60%).

Il Global Gender Gap Report del Wef ci dice che l’Italia è poco al di sopra della media, ma ha un indice di molto inferiore agli altri Paesi dell’Europa occidentale. In classifica siamo 82esimi, con Messico e Madagascar subito prima e Myanmar e Indonesia subito dopo. Dal 2015 al 2017 siamo scivolati dal 41esimo all’82esimo posto.

Oggi, in Italia, la differenza di salario medio tra uomini e donne è pari al 10,4%. In pratica, è come se una donna nel nostro Paese iniziasse a guadagnare per il suo lavoro solo dalla seconda settimana di febbraio. L’occupazione delle donne è pari al 46,1%, penultimo dato in Europa, dove fa peggio solo Malta.

Chiudiamo dando un’occhiata ai diversi sistemi di welfare europei. Quello corporativo è presente nell’Europa continentale, in Francia, Belgio e Germania. Garantisce elevato livello di protezione sociale a gruppi di individui selezionati (lavoratori e persone attive nel mondo del lavoro). Spesso è chiamato bismarckiano. E’ una struttura altamente gerarchica, con pochi elementi e programmi redistributivi. Il welfare socialdemocratico è dei Paesi del Nord Europa: elevato livello di protezione sociale che si basa su criteri di cittadinanza o residenza e non sulla partecipazione al lavoro. Hanno l’assicurazione privata in campo medico e per la previdenza complementare.

Il welfare familiare è tipico dell’Europa meridionale, dunque anche dell’Italia. Elevato livello di protezione sociale offerto al capofamiglia, che distribuirà le risorse all’interno della famiglia. Il welfare liberale è dei Paesi anglosassoni. Basso livello di protezione sociale, ampio ricorso al mercato per l’acquisto di un’assicurazione privata sanitaria e previdenziale.