1979 – 2019: che cosa resta della rivoluzione iraniana?

1979 – 2019: che cosa resta della rivoluzione iraniana?

14 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Sono passati quarant’anni da quando l’ayatollah Rohullah Khomeyni dichiarò la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, confermata con voto referendario il primo di aprile del 1979. Il religioso tornava in patria dopo quindici anni di esilio, gli ultimi due trascorsi sostenendo da lontano le proteste contro il governo centrale anche attraverso discorsi infiammati che poi venivano registrati su audiocassette e fatti circolare clandestinamente. Furono questi discorsi a renderlo popolare e a garantirgli, al suo arrivo all’aeroporto di Teheran, l’accoglienza di centinaia di migliaia di persone.


Le tensioni bloccarono il Paese per tutto il 1978: religiosi e laici, la sinistra comunista, gli studenti e i movimenti islamisti scesero in piazza per protestare contro il regime di Mohammad Reza Pahlavi, Scià di Persia dal 1941. Lo scontento verso la dinastia Pahlavi aveva radici profonde. Nel 1963 lo Scià aveva avviato una serie di riforme di ampio respiro, la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, con il supporto dell’allora presidente statunitense J. F. Kennedy. Scopo del programma era quello di trasformare l’Iran in una moderna potenza industriale attraverso un piano di sviluppo. Nel corso degli anni Sessanta, quindi, lo Scià promosse il potenziamento dell’industria pesante, una campagna di alfabetizzazione e scolarizzazione nelle zone rurali, lo sviluppo di un sistema sanitario nazionale, l’emancipazione femminile e, soprattutto, una riforma agraria basata sull’esproprio delle terre dei latifondisti e del clero. I religiosi sciiti, in particolare, si videro privati non solo delle proprie terre, ma anche del ruolo di insegnanti che, soprattutto nelle aree rurali interessate dalla riforma scolastica, ricoprivano tradizionalmente.

Lo sviluppo a tappe forzate provocò una spirale di scontento, dovuto anche alla forte repressione di ogni forma di opposizione politica, che esplose nel 1976 con l’aumento di disoccupazione e inflazione causato soprattutto da un rallentamento nella produzione del petrolio. Nel maggio del 1977 intellettuali e religiosi scesero in piazza, accendendo la miccia della rivolta che portò alla fuga dello Scià e della moglie Farah Diba.

Il referendum del marzo del 1979 che proclamò la Repubblica Islamica fu, di fatto, l’espressione di un giudizio sulla rivoluzione e non sulla forma di governo da adottare: all’epoca erano in molti a pensare che Khomeini si sarebbe ritirato nella città santa di Qom. Effettivamente Khomeini andò a Qom, ma non riununciò al potere. Quello che accadde fu, per molti versi, inaspettato: l’ayatollah sbaragliò l’opposizione e spinse per l’istituzione di un corpo militare, quello dei pasdaran, indipendente dall’esercito di cui non si fidava. Ancora oggi le Guardie della Rivoluzione controllano gran parte dell’economia iraniana e conducono importanti operazioni all’estero, per esempio nella guerra siriana in sostegno del presidente Bashar al-Asad. Un secondo referendum, nel dicembre del ’79, istituì il sistema costituzionale del  velayat-e-faquih (autorità del giurisperito) attualmente in vigore, che prevede un dualismo tra il Presidente della Repubblica e la Guida Suprema.


La complessità del regime iraniano e la sua chiusura hanno contribuito, negli anni, a creare una patina di disinformazione sul tema. Se durante la presidenza Obama l’Occidente ha guardato con aspettativa al cambiamento generato dall’Accordo sul nucleare del 2015 oggi, con l’amministrazione Trump, siamo tornati ai tempi in cui George Bush definiva Teheran parte di un “asse del male”. Nonostante tutto l’Unione Europea sembra, per il momento, intenzionata a proseguire sulla strada del negoziato. L’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE Federica Mogherini ha dichiarato che gli «Stati membri dell’Ue istituiranno un’entità legale (lo Special Purpose Vehicle o Spv) per facilitare transazioni finanziarie legittime con l’Iran» aggirando, di conseguenza, le nuove sanzioni imposte dal cambio di rotta nella politica americana.

Quarant’anni dopo la rivoluzione l’Iran come ha scritto l’Economist, «è un Paese meno religioso di quanto vorrebbero i mullah, meno prospero di quanto dovrebbe essere e con meno relazioni con il mondo rispetto alla maggior parte degli altri Stati».

Resta, tuttavia, un caso unico in Medio Oriente, precursore di quello che altri Paesi dell’area vivranno solo molti anni dopo.