Aspettando gli Oscar: The Lobster

Aspettando gli Oscar: The Lobster

14 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Recensione del film del regista di The Favourite

A meno di due settimane dagli Oscar, e freschi delle vittorie ai Bafta Awards, un dato pare tanto interessante, quanto lampante: “La Favorita” di Yorgos Lanthimos, presentato alla scorsa edizione della Mostra del cinema di Venezia, sarà il vero avversario di “Roma” di Alfonso Cuarón alla corsa dei premi più prestigiosi in campo cinematografico. La sua protagonista, Olivia Colman è la maggiore contendente insieme a Glenn Close per il premio alla “miglior attrice protagonista”, mentre Rachel Weisz ha trionfato nella categoria “Miglior attrice non protagonista” agli scorsi Oscar inglesi.  

Il regista greco, classe 1973, fa il suo debutto nel mondo dei lungometraggi nel 2001 con “O kalyteros mou filos”, ma è soltanto nel 2015 che la sua fama autoriale si consacra universalmente con “The Lobster”. Il film, scritto e diretto come di consueto da Lanthimos, si può paragonare a un secondo debutto al cinema del regista di Atene, non solo perché gli ha permesso di farsi conoscere a un pubblico sempre più vasto, ma soprattutto perché per la prima volta Lanthimos ha lasciato la propria lingua madre per quella inglese. Anche nella designazione degli attori da porre sul grande schermo Lanthimos compie un salto di qualità, portando implicitamente i propri spettatori a riconoscere e confermare il pregio del suo operato. Grazie alla partecipazione di interpreti del calibro di Rachel Weisz (che tornerà a lavorare con il regista nel sopracitato La Favorita), Colin Farrell (attore feticcio di Lanthimos, presente anche nel successivo film del regista, “Il sacrificio del cervo sacro”), Olivia Colman, Léa Seydoux, Ben Whishaw e John C. Reilly il regista riesce a far scoprire il suo universo disturbante e distopico, rivestito di timori atavici (come la paura della solitudine) e pensieri perturbanti e inconsci.

L’opera si svolge prettamente all’interno di un hotel dentro cui vengono alloggiate le persone single costrette a trovare, entro quarantacinque giorni, un compagno o una compagna con cui fare coppia. Se falliscono vengono trasformate in un animale a loro scelta. Questo è quanto imposto da una città in cui una legge parla chiaro: è vietato essere single. Dopo essere stato lasciato dalla moglie il protagonista David viene trasferito all’albergo per trovarsi una nuova compagna o essere trasformato in quella aragosta che dà il titolo al film. Ovviamente nulla andrà come previsto.

Dopo “Dogtooth” e “Alps” Lanthimos dà nuovamente vita a un mondo a parte, posto sul confine della società, in cui agli uomini viene sempre più tolta una parte del proprio libero arbitrio. Vittime di una legislazione che vuole imporre un dato comportamento, o determinate decisioni sentimentali, i protagonisti di “The Lobster” perdono a mano a mano la propria umanità, fino a regredire allo stato istintivo e animale, come la trasformazione in cani, pesci, e gatti rivela palesemente. Con questo film il regista sembra dunque denunciare quasi la voglia di riscatto da parte di coloro che, una volta trovatasi “vittima” del sistema tentano di scappare raggiungendo un epilogo dal sapore dolce-amaro. Ogni singola azione compiuta all’interno dell’hotel, dal corteggiamento, all’atto sessuale, fino al semplice dialogo, viene rivestito di una patina grottesca capace di inasprire e ribaltare verso un estremo aggressivo ogni singola dinamica sociale.

Ciò che ne deriva è una mercificazione dei sentimenti; un’azione che porta caratteri personali e spinte emozionali insite nell’uomo a essere materiale di legge su cui il governo vuole imporre il proprio volere. In una spirale sarcasticamente pungente, asettica e ammantata di una fotografia rimembrante una sala operatoria in cui ben poco spazio è destinato alle emozioni e al calore del vero amore, la presenza di un cast stellare e perfettamente in parte è soltanto un elemento in più atto a confermare la qualità eccelsa proposta sullo schermo dal regista. In un mondo – il nostro – che considera un uomo o una donna veramente realizzati solo se riusciti a crearsi un nido famigliare e vantino un posto fisso, ecco che Lanthimos capovolge il tutto indirizzando la simpatia dello spettatore verso coloro che “non ce l’hanno fatta”.  Per quanto insolito e posto in un futuro distopico e alterato, “The Lobster” pare suggerire drammatiche analogie con il nostro presente, arricchendosi di rimandi letterari al “1984” di Orwell per quella volontà da parte dei vertici governativi di dominare e controllare i propri cittadini anche all’interno della loro sfera intima e privata. Il tutto improntato su un linguaggio cinematografico che coniuga al suo interno e in maniera meta-testuale differenti codici comunicativi. I primi piani non sono mai causali, ma atti a sottolineare il legame diretto tra moti dell’animo repressi e una mimica facciale statica, con lineamenti del viso inespressivi, gelidi, omologati. I movimenti di macchina, il montaggio, le inquadrature ora angolate, ora frontali, sono traduzioni visive di un universo interiore che scuote i vari personaggi, mentre il voice-over, con quella declamazione del banale, dell’essenziale, che anticipa gli eventi, li segue, o li sovrappone, fa da guida in una fiaba nera dalle tinte rossastre, come quelle dell’aragosta (ma anche del sangue).