Nord e Sud: cresce il divario e noi pensiamo agli stereotipi

Nord e Sud: cresce il divario e noi pensiamo agli stereotipi

14 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Pensando alle differenze che esistono tra Nord e Sud d’Italia, mi viene in mente subito la nota pubblicità del supermercato che vedeva contrapposti italiani dalle due aree geografiche in competizione su chi proponesse i prodotti migliori. Una competizione equa e sana in cui le varie regioni propongono le eccellenze del territorio. Ma è solo pubblicità. Certo, le risorse sono presenti in tutto lo Stivale, ma ciò che ci renderebbe una superpotenza con ogni tipo di materia prima o settore, viene “spezzato” dal divario ancora presente (e sempre crescente) che caratterizza le due latitudini tricolore. Eppure il legame dovrebbe essersi stretto dopo più di 150 anni di unione, con migrazioni, sviluppi di comunicazione e giovani con maggiori possibilità rispetto al passato. Il divario però cresce. Al di là degli stereotipi, anche a volte sottolineati da video virali in rete piuttosto che dalla TV con prodotti a tema, il problema della distanza tra Nord e Sud è reale e preoccupante.

Ci si chiede come sia possibile che il pil di Bolzano a fine 2018 fosse di 42mila euro, contro poco meno18mila euro in Calabria e Sicilia. Da un punto di vista economico, non c’è mai stata unità. Gli ultimi conti territoriali dell’Istat aggiornati al 2017 evidenziano un prodotto interno lordo medio per abitante a livello nazionale pari a 28.500 euro all’anno. Al di sotto di questa soglia ci sono tutte le regioni da Roma in giù. In Abruzzo il pil pro capite è 24.400 euro annui, in Sardegna e Basilicata si aggira sui 20mila euro, in Molise scende a 19mila circa e in Puglia a 18mila, per poi toccare appunto i minimi in Sicilia e Calabria. Dopo Bolzano, al Nord invece, seconda in classifica è la Lombardia con 38.500 euro, seguita dal Trentino con 36mila e dalle altre regioni del Nord Est con 35mila euro di media. Al Centro e in Piemonte, il pil per abitante è invece sui 30mila euro, mentre nel Lazio sfiora i 33mila euro. Non c’è dunque da stupirsi se le famiglie che vivono nelle regioni settentrionali spendono circa il 50% in più per i consumi, rispetto a quelle meridionali: cioè 20mila euro all’anno contro 13mila. Come detto, poi, un divario in crescita. Il pil delle regioni settentrionali, infatti, nel 2017 era più o meno equivalente a quello del 2011, dopo aver attraversato una fase di discesa durante la crisi dell’Eurozona e una moderata ripresa negli anni successivi. Il prodotto interno lordo del Sud è invece ancora inferiore dello 0,5% a quello del 2011 avendo avuto una ripresa più lenta, con l’eccezione della Basilicata, +1,7% in sette anni.

Dopo esattamente 157 anni di Unità, a quanto pare sulla carta, ecco che ci ritroviamo a pensare ancora alla Questione Meridionale. Sembrava essere diventata un ricorso solo nel secondo Dopoguerra. Negli anni della grande crescita e in quelli immediatamente successivi, dal 1960 all’80, ma poi è tornata ad aprirsi nonostante gli sforzi e le risorse dedicati al Mezzogiorno. Nel frattempo erano state istituite le Regioni (quelle a statuto speciale lo erano state prima) e verso la fine del periodo, con il successo della Lega Nord, si arrivò addirittura a parlare di federalismo. I grandi partiti nazionali si mostrarono accondiscendenti, nonostante che il clientelismo e l’incapacità amministrativa di molte amministrazioni regionali, ordinarie e speciali, fossero sotto gli occhi di tutti. Inoltre, la riforma costituzionale del 2001 aumentò la confusione e non pose certo rimedio alla loro tendenza ad approfondire invece che ad alleviare le differenze tra Nord e Sud.

Il lavoro poi è il tasto dolente per tutti, ma soprattutto per il Sud. Nell’ultimo ventennio, il mercato del lavoro italiano è stato oggetto di una serie di riforme che lo hanno radicalmente trasformato. Nel periodo 1997-2017, il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno è stato, mediamente, tre volte quello del Nord, mentre quello di occupazione più basso di ventuno punti percentuali. Nel Mezzogiorno, come nel resto del Paese, il tasso di occupazione è aumentato per i lavoratori nella fascia 45-54 anni e, in particolare, per quelli con più di 55 anni. Nel 1997, il tasso di occupazione meridionale era l’82% di quello medio nazionale; nel 2017, il 76%.

Ci sei deve chiedere allora come sia possibile un divario del genere con tutte le possibilità che il Sud avrebbe nel dare ricchezza, anche eguagliando il Nord. Crimine organizzato (che esiste anche al Nord), cattive gestioni istituzionali (eppure anche su ce n’è), giovani che hanno voglia di darsi da fare (l’Italia ne è piena, ma li fa scappare). Il Sud in realtà rimane una risorsa mal gestita, ma forse fa comodo così. Poi gli stereotipi piacciono.