Samarate riflette su “migranti, il diritto alla vita e il nostro futuro”

Samarate riflette su “migranti, il diritto alla vita e il nostro futuro”

14 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Antonella Lenge –

Il 6 febbraio 2019 il Caffè Teatro Nazionale 2.0 di Verghera (Samarate) ha fatto da cornice a un evento che dall’esterno sarebbe potuto sembrare l’ennesima setta di chi è contrario al Decreto Sicurezza e si ostina a dirlo e ridirlo.

Ebbene, nulla di tutto ciò.

La serata dal titolo “Migranti, il diritto alla vita e il nostro futuro”, promossa da ANPI, ACLI, Rete Civica per l’Accoglienza di Varese e altre Associazioni operanti nel sociale, è stata un efficace momento di riflessione per tutti e personalità di spicco, come il prof. Maurizio Ambrosini, con dati oggettivi, hanno mostrato quanto ultimamente siamo tutti inghiottiti dal pregiudizio che ci ha  tolto quella preziosa qualità che ci rende umani: ragionare.

Partendo dalla semplice definizione di “immigrati”, ad esempio, è stato significativo notare come noi, nati nella parte fortunata del Pianeta, non ci sogneremmo mai di definire tale chi proviene da Paesi ricchi o chi è famoso e benestante, sebbene l’ONU chiarisca perfettamente che l’immigrato è una persona che si è spostata da un Paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel Paese da più di un anno: è come se in qualche modo, nel nostro immaginario senza logica, la ricchezza sbianchi.

L’immigrazione come piaga sociale: nelle discussioni tipiche da Bar Sport, gli italiani sovrastimano parecchio il numero di persone accolte: la percezione è del 26% e, si pensa, che si tratti principalmente di uomini, di religione musulmana, provenienti da Africa e Medio Oriente arrivati qui per richiedere asilo politico.

Nulla di più falso: l’immigrazione effettiva (che risulta stazionaria e non in aumento), secondo dati IPSOS, si piazza al 9%  e riguarda soprattutto donne europee prevalentemente cristiane arrivate qui per lo più per motivi di famiglia: quanto si scosta il nostro pregiudizio dalla realtà?

Si è parlato anche di quanto alla chiusura dei porti e alla riduzione degli sbarchi non corrisponda un’effettiva diminuzione di morti in mare e quanto l’Italia non sia assolutamente il Paese più ospitante (22% di richieste asilo contro il 30,9% della Germania, con una percentuale di immigrati dell’8,3% contro il 15,2% dell’Austria o l’11,9% del Belgio).

A sottolineare che  l’accoglienza non è un tema per soli “addetti ai lavori” e che se chiudiamo i porti, da qui al 2050 chiuderemo anche l’Italia sono intervenuti gli altri ospiti della serata, tra cui  Mario Agostinelli, Filippo Pinzone, Mario Salis e Silvio Aimetti.

I veri protagonisti del tema, tuttavia, sono proprio i migranti e sia la Cooperativa Intrecci che la Cooperativa Versoprobo non hanno perso occasione di dar loro voce, in modo che, almeno in quella serata, non si sentissero solo stranieri ma persone pensanti, con una storia da raccontare ma soprattutto un futuro in cui sperare.

Sebbene alcuni siano ospitati nel CAS di San Macario della Versoprobo da circa sei mesi, hanno superato il timore di parlare alle folle e, seppure con un italiano non perfetto, tremanti di emozione e traboccanti di commozione, hanno parlato dei diversi aspetti della condizione del migrante di oggi: le difficoltà socio politiche di alcuni Paesi dell’Africa, motivo della partenza (Saleh Sadek, Sudan); la difficoltà ad affermarsi professionalmente con un accento sulla diversa percezione del migrante nero sugli altri migranti (Joseph, Camerun); un’esperienza di razzismo raccontata in francese e tradotta da un migrante stesso (Alain, Burundi); i progetti culturali in cui qualcuno è impegnato (Younoussa, Guinea Conakry) e, finalmente, l’integrazione (Youssou, Senegal e Justice, Nigeria) e la testimonianza di un ragazzo del Camerun uscito da uno dei progetti SPRAR gestiti dalla Cooperativa Intrecci.

Silvio Aimetti “Quando i libri di storia parleranno di noi, io dirò che non ho girato la faccia dall’altra parte”

Presente alla serata in maniera molto attiva, il Sindaco di Comerio, Silvio Aimetti, ha fornito una lezione di esemplare umanità non solo come Primo Cittadino ma anche come padre di famiglia e uomo pensante.

Comerio è una cittadina di 3000 abitanti in provincia di Varese che è riuscita ad ospitare 300 stranieri senza che scoppiassero rivolte o che degli italiani si sentissero messi da parte.

Tra i promotori della “Rete Civica degli amministratori per l’accoglienza e la lotta alla povertà della provincia di Varese”, Aimetti mostra praticamente come “Prima gli italiani” significhi fare una buona accoglienza, prima di tutto.

Come si è avvicinato al mondo dell’accoglienza dei migranti?

E’ avvenuto tutto per puro caso. Correva l’anno 2015, era estate. C’erano state diverse morti durante la traversata in mare nella “rotta più letale del mondo” e mi trovavo a dover rispondere prima di tutto a una richiesta istituzionale del Prefetto ma anche a un appello di Papa Francesco.

Da una parte questa emergenza, dall’altra una casa da poter mettere a disposizione. Ho pensato di dare la casa a una Cooperativa Sociale e con i soldi del canone d’affitto ho preteso che fossero impiegati degli italiani senza lavoro, l’altra emergenza che, come Sindaco, avevo da risolvere.

In cosa consiste il suo progetto di accoglienza?

Insieme a strutture che fanno capo alla Caritas, con la collaborazione di medici di famiglia, abbiamo dato vita a un Progetto virtuoso che consiste nell’accoglienza diffusa, con piccoli gruppi di 6 o 7 migranti: il progetto ha avuto immediatamente successo. Abbiamo stabilito un protocollo per il loro impiego lavorativo facendogli studiare anche l’italiano. Contemporaneamente, per ogni piccolo gruppo di migranti creo un posto di lavoro per gli italiani. Accogliere bene è amministrare bene.

Come hanno reagito i suoi cittadini alle sue scelte di “inclusione sociale”?

Inizialmente la reazione è stata positiva proprio perchè si è visto che funzionava.

Il tema ormai è di natura culturale: non c’è un’emergenza, le persone sono diminuite ma il tam tam mediatico è devastante a livello psicologico. Ne deriva che la gente o è contraria o, peggio ancora, indifferente. Dobbiamo debellare gli antichi timori che collegano l’immigrazione all’arrivo di malattie o di criminalità o di gente che possa rubare il lavoro.

Dobbiamo invece informare la gente correttamente, dimostrando loro che non c’è mai stata una sola epidemia, mai reati contro patrimonio o persona. Dobbiamo anche far capire alla gente che per far fronte all’invecchiamento della nostra popolazione abbiamo un vitale bisogno dell’immigrazione. Accogliendo investiamo per il nostro futuro. La guerra tra poveri non è mai vincente.

Cosa le hanno insegnato queste politiche, a livello personale?

Io sono padre di due figli. Tra diversi anni i libri di storia parleranno di questo periodo storico, dell’incapacità ad accogliere il diverso e di tutto quanto ne deriva. Noi che viviamo oggi saremo presenti in quelle pagine e a me piacerà ricordare ai miei figli di non aver girato la faccia dall’altra parte. Io non giro la faccia dall’altra parte ma mi attivo per trovare un efficace punto d’incontro. Mi piace trasmettere ai miei figli questa visione.