Cristina Chiuso: “il nuoto è ancora la mia vita” ora vissuta in zona mista

di Deborah Villarboito –

Lei è stata la regina della vasca corta italiana per 20 anni. Tre argenti europei, 41 titoli e 29 record assoluti. Capitano della Nazionale, Cristina Chiuso è rimasta nel cuore degli appassionati e non. Nel 2009 il ritiro da campionessa italiana e l’avvio, imprevisto, di una nuova carriera lavorativa. Non ha abbandonato le vasche. Un amore vero non si lascia mai, ma continua a vivere sul bordo, ma con un’altra veste. Inviata a bordo vasca, intervistatrice, commentatrice per i maggiori canali televisivi.

In tutti questi anni che cosa ti ha dato il nuoto?

Il nuoto è tuttora la mia vita, è difficile descriverlo in un altro modo. Lo era quando lo facevo come atleta, 24 ore su 24. Non tanto perchè mi dava “da vivere” economicamente, ma perchè senza non avrei potuto concepire la mia vita in modo diverso. Lo è ancora, perchè mi accorgo che per me parlare di nuoto, insegnare ai bambini attraverso i camp, mi dà un’emozione che è diversa da tutto il resto. Poi dal punto di vista professionale ti dà tutto quello che può darti lo sport. Riesci ad affrontare la vita in maniera totalmente diversa da chi non ha mai fatto sport, che non ha una marchia in più.

Un ricordo bello e un ricordo brutto di quando eri in attività?

Ce ne sono tantissimi di belli e tantissimi sicuramente di brutti. Poi ovviamente quelli che tendi a ricordarti, sono tutte le vittorie. A fronte di ogni vittoria c’erano periodi molto più brutti. Ad esempio, sono arrivata a Roma nel 1996, dopo aver fatto le Olimpiadi nel 1992, Campionati Europei, titoli italiani e quant’altro e facevo fatica ad arrivare in finale nei campionati italiani. Dopo una serie di vicissitudini, che io rifarei, anche se poi agonisticamente non mi hanno portato a molto, ma mi hanno fatto crescere, mi sono sbloccata. Il ricordo più bello è sicuramente legato agli Europei di Trieste del 2005. Il mio argento, a due centesimi dalla prima, ma per me vale quanto un oro. Ero in casa, sono nata a 100 km da lì. È un’emozione che ti porti dentro sempre.

Il ritiro: quando hai capito che era giunto il momento?

Fosse stato per me non mi sarei mai ritirata. Tornerei in acqua anche adesso. Ci sono però una serie di vicissitudini fisiche che ti portano a dire che forse è meglio se fai qualcos’altro. Avevo un grave infortunio al gomito, per cui sono riuscita comunque ad andare avanti per altri due anni. In quel momento, nessuno mi aveva assicurato, anche operandomi, che sarebbe ritornato com’era. A quel punto ho detto: a 36 anni potrei pensare a fare qualcos’altro.

Quanto è stato difficile?

È difficile da atleta dire basta. Io l’ho fatto quando ancora in Italia ero la numero uno, ma mi manca tuttora. Al di là che chi continua poi per passione e non per i risultati, rischi di entrare in un tunnel che non è propriamente positivo. Non è facile smettere. Non per niente ci sono molti casi di depressione dopo la fine della carriera agonistica. È difficile trovare gli stimoli nella vita di tutti i giorni. Sei abituato da atleta ad avere uno schema: ti alzi al mattino, c’è l’allenamento, poi ti riposi, di nuovo allenamento e vai a dormire. Che noia? Sì. Ma è un ritmo ben preciso, con obiettivi ben stabiliti ed è vero che nessuno ti assicura i risultati ma la strada è quella. Sai che se la segui, allora qualcosa la porterai a casa. Nella vita di tutti i giorni non è così. Nessuno ti dice quale è il percorso da fare. È tutto nascosto ed articolato, meno meritocratico. Nello sport, in linea di massima il più forte vince. Nella vita di tutti i giorni, non hai l’impressione che sia sempre così.

Il nuoto è uno sport di squadra?

L’idea che il nuoto sia uno sport individuale è solo nostra. Se si va in America, è considerato uno sport di squadra. Il bello di uno sport di squadra non è tanto quello di essere definito nell’accezione di gareggiare singolarmente nella propria corsia piuttosto che di dover passare la palla. È l’idea che tu partecipi a qualcosa che è più grande di te. Il concetto di squadra è sempre molto soggettivo da questo punto di vista. Gareggiare per la nazionale, vuol dire gareggiare per la squadra, al di là del fatto che tu vinca individualmente un titolo, stai rappresentando l’Italia. Ho avuto anche la fortuna di fare parte di una staffetta: era la condivisione di un sogno con le altre ragazze. È anche vero che gareggi una alla volta, ma se una delle quattro va male, tu puoi anche aver fatto il risultato della vita, ma la squadra perde.

Dalla vasca alla zona mista: perchè hai scelto questa strada?

Io non ho scelto questa strada in realtà. Quando ho smesso avevo una laurea in ingegneria gestionale, quindi quello che pensavo di fare da grande era il manager sportivo. Riuscire a mettere in pratica le mie competenze nel mondo sportivo per farlo crescere. Poi però mi è stato proposto di fare la commentatrice e mi sono accorta che mi piace. Una delle cose che volevo fare da ex atleta era proprio questo: raccontare lo sport per riuscire ad appassionare gli altri. L’ho coperto, non l’ho scelto di mio, non l’avrei mai pensato.

Come è stare dall’altra parte quindi?

Il punto fondamentale è quello di mettersi nello stesso momento nei panni dell’atleta e di chi ti segue da casa. Capire il pubblico cosa vuole sentirsi raccontare e ciò che l’atleta vuole comunicare. Bisogna trovare l’unione tra le parti. L’unico modo per farlo innanzitutto è ascoltare l’atleta, che vuole raccontarti delle cose. Magari diverse da quelle che avevi pensato. Ho notato che difficilmente ascoltiamo gli altri. Quando ti ritrovi invece in zona mista con qualcuno che ascolta, sei già avvantaggiato.


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