“Il reddito di cittadinanza è una sciocchezza”, parola all’esperto.

“Il reddito di cittadinanza è una sciocchezza”, parola all’esperto.

Il Professor Daniele Ciravegna, ordinario di politica economica presso la facoltà di economia dell’Università di Torino, ci spiega come leggere davvero gli ultimi dati Istat su occupazione e disoccupazione. La statistica evidenzia un aumento della prima, ma ci sono dei lati oscuri: «Come sempre il dato quantitativo se non è affiancato da quello qualitativo dice cose sbagliate – spiega il professore – Un certo sviluppo dell’occupazione c’è stato, ma di bassa qualità: lavori a tempo determinato, direi neanche troppo elevati. Si va bene solo se aumenta l’occupazione di alta o media qualità, non di bassa come è stato nel 2018. Se si sviluppa l’occupazione assumendo milioni di lavoratori a tempo determinato e bassamente qualificati, non si migliora molto la condizione del mercato del lavoro».


Una tendenza che preoccupa e che indica un peggioramento: «Il tempo indeterminato ti dà una garanzia del fatto che l’assunzione è una cosa seria. Il tempo determinato, invece, vuol dire che “sì mi servi, ma io non ho intenzione di sviluppare la tua occupazione”. Se si viene assunti con questa idea di “sei mesi può andare bene, ma dopo non si sa”, non ci si qualifica e l’imprenditore non ha intenzione di farlo. Il difetto di fondo del tempo determinato è che chi assume dice chiaramente di farlo per farti lavorare ma non qualificarti. Nessuno lo fa su una persona che viene assunta per pochi mesi». Viene da chiedersi se un meccanismo del genere non leda la produttività dell’intero Paese: «Con lo sviluppo di un sistema di questo tipo, chiaramente si ha un Paese in cui la qualità e la produttività non ci sono e a lungo andare le cose non possono che peggiorare. È un vantaggio di breve periodo che però non ha continuità nel tempo. Il sistema produttivo non può che essere basato su dei lavoratori a tempo determinato scarsamente qualificati e non può che essere bassa».

Un mercato inclemente anche per i giovani: «Se si assume un giovane per forza gli si deve insegnare qualcosa per formarlo. Molti imprenditori pensano che non ne valga la pena. Perchè formare un giovane quando ci può essere un 50enne che assunto non deve essere formato per niente? Poi a me imprenditore non interessa prendere un lavoratore e aumentare la mia produttività attraverso la sua qualificazione. La mancanza di un’idea di investire in capitale umano nelle persone che si assumono è il vero problema». D’altro canto, anche coloro che hanno età avanzata e più esperienza risentono di questo sistema zoppicante: «Loro sono ritenuti troppo qualificati perchè si punta alla bassa qualità nella manodopera che si assume. All’imprenditore non interessa assumere e formare le persone, ma solo utilizzare dei lavoratori per un po’ di tempo. Il mondo delle imprese non vuole investire in capitale umano. Non vuole prendere i giovani e qualificarli, mentre quelli con esperienza sono troppo qualificati. Sono varie manifestazioni dello stesso atteggiamento».

Atteggiamento che si ripercuote su una fascia di popolazione che non ci prova nemmeno più ad inserirsi nel mondo del lavoro: «Si manifesta il fenomeno del così detto lavoratore “scoraggiato” che non trova lavoro o non è della qualità che lui ritiene in grado di fornire e smette di cercare. Esce dal mondo del lavoro, ma non è un disoccupato, è “non forza di lavoro”. I dati migliorano perchè questi escono, ma la qualità del sistema produttivo che dipende da questi comportamenti non può che essere rivolta verso il basso. Non si trova lavoro perchè io ho una certa qualificazione che non è apprezzata perchè costa troppo. A questo punto sono scoraggiato, esco dal mondo del lavoro, non cerco più, mi rivolgo al reddito di cittadinanza e i dati sulla disoccupazione migliorano». Il fatto che certi lavori non siano ritenuti all’altezza, non indica l’essere schizzinosi: «Un lavoro umile indica il non aver aspettativa o voglia di impegnarsi in altro. Lavoro di bassa qualità vuol dire invece qualcuno che pensa di essere in grado di svolgere un certo tipo di lavoro che non trova perchè l’offerta vuole soltanto lavoratori disponibili a fare attività di bassa qualità».

Certe politiche attualmente in vigore non aiutano la situazione: «Il reddito di cittadinanza è un reddito che viene dato semplicemente per sopravvivere, assistenza bella e buona che non dà nessun aspetto positivo. Io sono il cittadino e per questo ho diritto ad avere 1000 euro. Esiste anche il reddito di inclusione: ho diritto ai 1000 euro perchè mi impegno di cercare di uscire dall’esclusione sociale lavorativa, quindi di entrare nel mercato del lavoro, in qualche modo sostenuto dal reddito. Sono due cose totalmente diverse. La prima è solidarietà passiva, la seconda passiva – conclude il professor Ciravegna – Il reddito di cittadinanza non serve a migliorare il mondo del lavoro, le condizioni lavorative dei giovani e dei non più giovani. Semplicemente fa in modo che ci sia una sopravvivenza. Come diceva Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi: non esiste più la povertà. Direi che sono affermazioni che non hanno senso. Diverso invece è dire che io con il reddito di inclusione ti permetto di operare nel mercato del lavoro, di guardarti intorno, qualificarti, di cercare il posto di lavoro più adatto alle tue caratteristiche e qualità. Nel frattempo ti sostengo, perchè hai bisogno di avere un reddito. Il reddito di cittadinanza dichiarato come sta accadendo, è una sciocchezza. Il reddito di inclusione invece è uno strumento di crescita».

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