In Italia il lavoro non si cerca più: la sfiducia che porta all’immobilità

di Deborah Villarboito –

“Chi non lavora non fa l’amore” cantava Adriano Celentano nel Sanremo del 1970. Ma non è vero. O forse lo era negli anni ruggenti. Sta di fatto che, statistiche alla mano, il mondo del lavoro italiano ha un problema in espansione tra i molti da cui è già viziato. Secondo l’Eurostat il numero più alto di inattivi dell’Eurozona si trova proprio in Italia: 3 milioni e 91 mila persone che non hanno occupazione e che nemmeno si mettono a cercarla seriamente. In particolare, nell’Eurozona i disoccupati inattivi sono 6,4 milioni e questo significa che quasi la metà si trova in Italia. Ma da dove arriva questa tendenza?

Molti esperti parlano di una vera e propria sfiducia nel mondo del lavoro: dopo una serie più o meno lunga di tentativi falliti o di rifiuti si smette di provarci. Certo, poi che il dolce far nulla sia un bel modo di impiegare le giornate è conclamato, ma siamo sicuri che davvero si tratti solo di fannulloni? Una buona percentuale che aspetta che gli cada la fortuna dal cielo esiste, ma i dati sono troppo altisonanti per gridare alla generazione di falliti. Gli sfiduciati, sono quelli che sarebbero disponibili a lavorare ma non mandano più nemmeno un curriculum. Un fenomeno che l’Italia conosce bene, visto che nonostante gli 1,5 miliardi di fondi Ue della Garanzia Giovani continuiamo a detenere il record europeo di inattivi sul totale della forza lavoro. Questo bel progetto qui da noi è stato un flop che ha permesso i soliti noti di fare sparire magicamente fondi UE. Non sono congetture, ma esempi tratti da chi si è scottato con un sistema che di Garanzie ne ha ben poche, visto che l’attuale donna, che all’epoca era una ragazzina al suo primo lavoretto un po’ serio deve ancora ricevere le mensilità. Altri più “fortunati” erano entrati in causa con i loro fornitori di lavoro, da cui hanno avuto ovviamente una risata in faccia.


Al di là di questo (s)piacevole salto nel passato, c’è chi smette di cercare perché sfiduciato dopo contratti a termine perpetrati in continuazione o chi non si è più visto rinnovare nemmeno il contratto. O ancora gli ex “voucheristi”, ormai rassegnati a lavori intermittenti. I cosiddetti “inattivi” tra i 15 e i 64 anni risultano in crescita dello 0,7%, ovvero +89 mila persone. L’aumento coinvolge le donne (+73 mila) e gli uomini (+16 mila) e si distribuisce tra i 15-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,3% (+0,3 punti percentuali), da quanto ci dice l’Istat. La quale però si dimentica di segnalare che se si alza il tasso degli inattivi, di conseguenza scende quello dei disoccupati, dando l’impressione che l’occupazione sia in crescita.

Quindi, non sono lavoratori, perché in effetti non hanno un’occupazione. Ma nemmeno disoccupati, perché non la cercano. Per l’Istat fanno parte delle “forze di lavoro potenziali”: sono persone che sarebbero certamente disposte a svolgere un’attività retribuita, iniziando anche entro due settimane, ma che di fatto hanno rinunciato ad attivarsi per trovarla: non mandano curriculum, non consultano annunci, non si rivolgono ad un centro per l’impiego. In Italia sono tanti, se si considera che negli altri Paesi europei il rapporto tra le due platee è decisamente diverso: normalmente va da uno a due a uno a tre. In Germania, ad esempio, ci sono poco più di un milione e 600 mila disoccupati e poco più di 500 mila persone che lavorerebbero ma non cercano. In Francia i primi sono quasi 2.800 mila, gli altri poco più di 700 mila. Nell’intera area dell’euro si contano poco più di 6 milioni di “rinunciatari” a fronte di quasi quindici milioni di disoccupati. A conti fatti dunque gli appartenenti a questa categoria che vivono nel nostro Paese rappresentano circa la metà dell’intera platea dell’Eurozona.

Da cosa dipende questa differenza? Per capirlo si può provare a partire da una cifra ancora più grande, gli oltre tredici milioni di italiani di età compresa tra i 15 e i 64 anni classificati tra gli inattivi. Dentro ci sono, naturalmente, quasi 4 milioni e mezzo di studenti o di persone comunque in formazione. E anche 2 milioni e mezzo di pensionati e altri che hanno rinunciato per motivi di età. Tutta gente per la quale la condizione di inattivo è naturale. Ma poi esistono anche altre ragioni che portano a rinunciare alla ricerca del lavoro: quelle familiari (sono quasi tutte donne, si presume mamme e casalinghe). E infine ci sono coloro che l’Istat inquadra, in senso tecnico, tra gli “scoraggiati”.

L’aumento di chi non cerca più lavoro potrebbe essere interpretata positivamente qualora ci fosse un ritorno agli studi, ma purtroppo non si riscontrano aumenti dei tassi di scolarizzazione tra la popolazione inattiva. Va poi non dimenticato che l’Istat, con innegabile fantasia, considera “occupati” le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento abbiano “svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura”, quindi anche i tirocinanti che ricevono solo dei buoni pasto, o abbiano “svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Nessuna novità quindi, anche alla luce degli ultimi dati i giovani rimangono i più svantaggiati nel mondo del lavoro nel quale non riescono nemmeno ad entrare o se ci provano vengono respinti o non retribuiti. Con buona pace di chi, sempre dati alla mano, si stupisce della fuga di cervelli o dei “bamboccioni” in casa con i genitori o ancora di chi ha smesso di credere nel poter lavorare nel proprio Paese.

Rispondi