L’altra faccia della storia: intervista a Edda Negri Mussolini

di Deborah Villarboito –

A scuola mi dicevano che bastava studiare a memoria quanto riportato dal libro di testo. Nulla di più sbagliato, perchè non è solo una filastrocca da imparare a pappagallo. Va analizzata con spirito critico e approfondita, partendo anche da altri punti di vista. Troppo spesso siamo abituati ad una storia asettica, lontana, fatta di numeri, dimenticandoci che le persone fanno la storia. Me ne sono resa ancora di più conto intervistando Edda Negri Mussolini. Lei è la figlia dell’ultimogenita di Benito Mussolini e Donna Rachele, Anna Maria. Edda ha fatto molte ricerche storiche sulla sua famiglia, partendo proprio dai racconti di Donna Rachele e approfondendo con documenti ritrovati negli Archivi di Stato.


Abbiamo fatto un salto tra passato e presente eseguendo il filo conduttore delle sue vicende famigliari: «Era mia nonna, poi la moglie di Benito Mussolini, come lui era mio nonno. È stata importante nella mia vita perchè mia madre è morta che io avevo quattro anni e mezzo. Una donna che, nonostante tutto quello che aveva passato nella vita mi ha insegnato a non odiare e a non cercare vendetta». Partiamo dalla figura particolare di Donna Rachele: «È andata contro quelli che erano gli schemi culturali dell’epoca: ai primi dell’900 conviveva con un uomo che non aveva né arte né parte. Tutti parlano del nonno quando ormai era al governo, ma prima ha avuto un’altra vita. Mia nonna ha partorito fuori dal matrimonio, e non ha potuto riconoscere mia zia Edda Mussolini perchè per le leggi dell’epoca sarebbe andata in prigione».


Una figura che stava con i piedi ben saldi in terra: «Non si è mai montata la testa, anche quando il nonno andò al governo. Da buona contadina quale era non pensava che gioielli e cose del genere fossero utili. Questo secondo me l’ha forse salvata dall’impazzire nell’ultimo periodo della sua vita, quando le tragedie si sono susseguite una dietro all’altra. Due figli morti giovani, la vicenda di Edda e Galeazzo Ciano. Anche il non riavere il corpo del nonno subito. Gli americani, ad esempio, le restituirono un pezzo di cervello dentro ad una busta, dopo averlo preso senza consenso e analizzato. Ha sofferto la povertà, anche se era stata la donna più potente d’Italia con la Regina. Durante l’esilio a Ischia, la popolazione l’aiutava portandole da mangiare. Ha avuto la pensione solo nel 1974 e ha sempre lavorato. Tutti conoscono il nonno e le sue amanti, ma nessuno Donna Rachele».

Le difficoltà non sono mancate nemmeno a Edda: «Ho acquisito il cognome Mussolini solo nel 2012. L’ho fatto soprattutto per mia madre, era una sua volontà. A scuola sapevano chi erano i miei parenti. Non venivo molto interrogata su quel periodo, forse perchè avevano paura che dicessi qualche cosa di diverso, rispetto ai libri. Ho conosciuto la storia della mia famiglia prima attraverso nonna Rachele e mio padre, poi da un punto di vista storico. Nel corso degli anni ho cercato di andare ad approfondire perchè la nonna mi ha insegnato anche questo: essere obiettiva. Non è stato sicuramente facile. Devo dire però che il periodo in cui viviamo oggi è molto più difficile rispetto agli anni ’70. Non ci sono più ideali e valori, c’era un rispetto maggiore prima. A volte mi hanno detto gratuitamente che mi avrebbero visto bene appesa a testa in giù come mio nonno…».

“L’onta” del nome non ha risparmiato nessuno: «Ci è successo un po’ di tutto. Ad esempio, nella notte di Natale del 1971 è stata buttata una bomba nella cripta di famiglia dove nonna Rachele aveva tutti i suoi cari, scoprendo che non era di sua proprietà, ma del demanio, così l’ha dovuta comprare occupandosi anche di tutti i danni alle tombe vicine. Ci sono cose che non si fanno. Non lo dico perchè io voglio far sembrare la mia famiglia o mio nonno migliori agli occhi delle altre persone, ma sono comportamenti scorretti. Un’altra cosa che a me dispiace è che non sia riconosciuto a Bruno Mussolini il merito di aver “inventato” la posta aerea tra l’Italia e il Brasile per velocizzare le spedizioni delle lettere da mesi a una settimana, sorvolando zone di guerra. Nessun francobollo commemorativo, nessuno che racconti la sua storia, penso che con un altro cognome sarebbe stato differente».

Un vocabolo molto in uso oggi è “fascista”: «Per me quella parola dovrebbe essere tolta dal vocabolario oppure chiunque la dica deve essere multato. Ormai è una parola abusata, sia in un’affezione di insulto, sia come appellativo d’orgoglio. Per il nonno il passato era un trampolino di lancio verso il futuro. Non ci doveva essere più quel Fascismo, ma si doveva guardare avanti. Anche se a molti non piacerà, tante cose che sono state prese da quel periodo le ritroviamo nella nostra Repubblica».

Un cognome pesante, che fa riflettere: «Non condivido alcune scelte. Le guardo però nel contesto storico. È facile giudicare come sono andate le cose, perchè lo sappiamo. Faccio un esempio lontano da mio nonno. Oggi sappiamo che l’amianto è molto pericoloso. Quando fu scoperto, però, è stata un’innovazione con cui si costruiva di tutto e di più. Nel corso degli anni si è scoperto che è era dannoso. Per contestare alcune cose si dovrebbe andare in quell’epoca storica chiedendoci che cosa avevamo e cosa no. Con le notizie di quel tempo emergeva che non eravamo una potenza in un contesto in cui la Germania era molto forte. Mio nonno era rimasto neutrale con il Patto di Non Belligeranza all’inizio. Ad un certo punto però si è trovato in mano ai tedeschi…».

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