Migranti: forza lavoro ambiziosa, ma senza sogni nel cassetto

Migranti: forza lavoro ambiziosa, ma senza sogni nel cassetto

21 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Antonella Lenge –

Gli stranieri ci rubano lavoro e futuro: ormai la frase ha tutte le sembianze di una verità universale, suona un po’ come un dogma: è giusta e va accettata perché sono i più a dirlo.
Basterebbe andare giusto un po’ più a fondo per scoprire che la realtà è un’altra e che dietro “gli stranieri” ci sono delle persone, umili, che cercano di ritrovare un po’ di dignità nello sporco delle nostre strade, nelle coltivazioni dei nostri campi o in quei mestieri che noi italiani snobbiamo.
Prendiamo Oley, per esempio: proveniente dal Bangladesh, dopo aver prestato servizio volontariamente per i lavori socialmente utili  per il Comune, dopo tre mesi di ricerca attiva ha trovato lavoro come scaffalista in un supermercato. In realtà fa anche da magazziniere, carico/scarico merci e, all’occorrenza, pulisce. Lavora 12 ore al giorno dal lunedì al venerdì e si dice soddisfatto. Per lui quelle 2 € all’ora profumano di rispettabilità e orgoglio.

Julius invece è un nigeriano dal volto che brilla di entusiasmo dopo aver lavorato due giorni come facchino in un Hotel della zona del varesotto. In realtà vorrebbe fare l’Addetto alla Sicurezza ma per realizzare i sogni c’è tempo.

Gia, i sogni: che strana parola, che strano concetto tutto “da ricchi”. Sì, perchè mentre noi cresciamo con l’idea dei sogni nel cassetto, in alcune parti del mondo, i cassetti, per chi li ha, sono pieni di oggetti concreti e i sogni, quelli veri, sono solo per pochi.

Sunday trascorre le sue giornate a guidare un carretto arrugginito pieno di materiale pubblicitario da distribuire. Viaggia in diverse città ed è impegnato dalle 8 alle 12 ore al giorno per guadagnare un salario fisso di 30 euro. Peccato, lui un sogno ce l’aveva ed era quello di fare il dottore. Racconta di essere naturalmente portato per prendersi cura delle persone, soprattutto i bambini, ma purtroppo è nato in Nigeria e la sua famiglia non ha avuto le possibilità per farlo studiare. Ora si trova in Italia ed è ancora più difficile arrampicarsi alla volta dei desideri.

Anche Moses viene dalla Nigeria e qui in Italia si occupa di “pubblicità”. Al suo Paese era un esperto meccanico di pompe e iniettori mentre qui in Italia le opzioni erano due: svegliarsi all’alba per distribuire volantini o rimanere schiacciato dalla depressione di chi un mestiere non riesce a trovarlo e un paio di scarpe non ha i soldi per comprarle. Ha scelto la prima, “until God help comes” (finchè arriva l’aiuto di Dio).

Alhaje viene dal Gambia e fa il bracciante agricolo, il mestiere che, secondo i dati forniti dalla Fondazione Moressa su base Istat, si piazza al terzo posto nella classifica dei lavori che rimangono vivi solo grazie agli stranieri, dopo i domestici e le badanti.

Al quarto posto ci sono gli operai edili come Solomon, che dopo tanti mesi di ricerca fa il muratore per tre giorni a settimana mettendo a frutto le competenze acquisite, sin dall’infanzia, al suo Paese.

C’è voluto del tempo per far capire a questi migranti cosa intendiamo noi per “sogni” o per entrare nella principio del “cosa voglio fare da grande”.

I dati che l’INPS ci fornisce smentiscono la credenza popolare che gli immigrati siano una minaccia alla nostra economia, anzi: le nostre pensioni si reggono grazie a loro!

Lo stesso Boeri sottolinea che chiudere le frontiere porterebbe solo più evasione, più problemi sociali e uno schiacciamento dei salari.

Oley, Julius, Sunday, Moses e Alhaje hanno sempre vissuto la vita che il caso, il luogo e il periodo storico hanno scelto per loro. Nessuna ambizione, nessuna scuola “per diventare qualcuno”, solo campi da coltivare e famiglie da aiutare. Ciò che ne è risultato è che ognuno di loro è di certo molto versatile, capace davvero di mettersi alla prova in diversi campi, con un forte senso della responsabilità e soprattutto, senza pensare mai neppure per un secondo che tutto sia dovuto. Ognuno di loro ha una forte riconoscenza per chi permette loro di lavorare in questa terra e proprio qui, hanno trovato anche un po’ di speranza, quella di chi inizia ha anche il diritto di sognare… Inshallah