Prima di gridare al lupo, guardiamoci intorno

Prima di gridare al lupo, guardiamoci intorno

21 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Giorgio Simonelli –

La proposta di introdurre una quota obbligatoria di canzoni italiane nella programmazione radiofonica, avanzata da un esponente della Lega, ha suscitato, come era prevedibile, un’ondata di reazioni. Sono intervenuti politici, artisti, esperti e molti comuni cittadini consumatori di musica che hanno inondato i social con i loro pareri.

Qui il confronto è andato subito sopra le righe, avviandosi su due linee di confronti, iperboli e ironie che invece di chiarire e approfondire il tema, hanno creato parecchia confusione. La prima linea è quella che mette tutto sul piano del dileggio immaginando una programmazione che ai brani sublimi dei Beatles, di Sting, di David Bowie deve per legge alternare Albano, Pupo e Orietta Berti. Ma in questo paradosso c’è un trucco logico che oppone al meglio della musica straniera la produzione nazionale più banale.

È lo stesso trucco che mi provoca una discreta arrabbiatura quando viene utilizzato nei discorsi sulla fiction televisiva. Per dimostrare la scarsa qualità della fiction italiana si fa notare come un prodotto come CHE DIO CI AIUTI non possa reggere il confronto con TRUE DETECTIVE, dando per scontato che tutta la fiction italiana è rappresentata da CHE DIO CI AIUTI e facendo finta che non esista una serie come IL COMMISSARIO MONTALBANO, che TRUE DETECTIVE se lo mangia a colazione.

Ma torniamo alla musica e alla seconda linea di obiezioni all’ipotesi quote. È la linea che evoca censure ed epurazioni paragonando la proposta avanzata in questi giorni all’atteggiamento del regime fascista nei confronti del jazz o ai divieti posti dai governi sovietici al rock. Credo sia meglio lasciar stare fascismo, comunismo e anche sovranismo senza peraltro negare che nella proposta ci sia una componente protezionistica e anche un po’ paternalistica, nel momento in cui si pensa che le scelte del pubblico vadano limitate con degli obblighi decisi dall’alto. Ma protezionismo e paternalismo non sono necessariamente fascisti.

E qui io, che sono un incallito cinefilo, non posso fare a meno di penare a quello che è successo nel cinema francese. La Francia, dunque, un paese né fascista né sovietico, ha attuato fin dai primi anni del nuovo secolo una politica molto protezionistica del suo cinema, con quote riservate al prodotto nazionale sia nella distribuzione in sala, sia in tv. I risultati di questa politica sono clamorosi: il cinema francese ha una quota altissima, quasi il 40%, negli incassi in Francia (per fare un confronto, il cinema italiano non arriva neppure al 20 sul suo territorio); ha aumentato di molto la sua presenza nel mercato europeo, ma soprattutto il numero di presenze al cinema in Francia – i biglietti venduti- negli ultimi anni ha raggiunto cifre strepitose, vicine ai numeri degli anni 60, quando il cinema era il divertimento popolare per eccellenza.

E non si può negare che accanto alla quantità, ai grandi successi di pubblico, si sia sviluppato anche un cinema di qualità. Insomma il protezionismo in questo caso ha dato innegabili frutti positivi, ha fatto bene al cinema francese da tutti i punti di vista. Non so se la cosa sia replicabile in un altro ambito, come quello musicale, e in un altro paese. Ma prima di gridare al lupo, forse è meglio guardarsi un po’ intorno.