Athletica Vaticana: quando l’unico doping sono la fede e solidarietà

di Deborah Villarboito –

Un gruppo curioso perché ci sono Guardie Svizzere, una suora, sacerdoti, falegnami, giornalisti, tipografi, per citarne alcuni. Ogni categoria è rappresentata nella squadra composta esclusivamente da cittadini e dipendenti vaticani e dai loro famigliari stretti. Athletica Vaticana sta crescendo a dismisura, merito dell’entusiasmo dei tesserati e dalla loro marcia in più. Oltre a correre, il lor è un impegno di solidarietà con iniziative per poveri, immigranti, con il Comitato Paralimpico e gli Istituti di spiritualità e cultura. Attivi dal primo gennaio, dopo quasi due mesi, i tesserati sono più di sessanta. Una multinazionale che raccoglie atleti da tutto il mondo, perché la Santa Sede ha tutte queste nazionalità tra i dipendenti. Il più giovane ha 19 anni ed è una Guardia Svizzera, mentre il più anziano ne ha 62 ed è un professore universitario della Biblioteca Apostolica Vaticana. Ci sono quelli che vincono le competizioni o chi va a correre una volta settimana per smaltire l’Amatriciana. Non solo gare lunghe ma anche atleti che corrono in pista (1500, 800, 5000), tra di loro anche una campionessa italiana juniores nei 3000 siepi.

Il Vice presidente dell’Athletica Vaticana Giampaolo Mattei ci spiega nel dettaglio cosa sta succedendo a questo gruppo sportivo molto particolare: «Non immaginavamo una così grande ripercussione, francamente siamo rimasti senza parole. Dalla presentazione del 10 gennaio alla stampa, abbiamo avuto l’attenzione di tutti i media del mondo. Probabilmente era una grande notizia quella che fosse stata creata la prima rappresentativa ufficiale del Vaticano». Concepita fuori dagli schemi, usa i valori dello sport come veicolo di solidarietà e inclusione: «L’idea è proprio quella di non correre e basta, perché altrimenti non c’era bisogno che la Santa Sede facesse la squadra. Mettiamo insieme sport, solidarietà, cultura e spiritualità».

Le istituzioni e le Federazioni si stanno avvicinando a questa realtà attivissima. Un accordo con il Coni, il primo di questo tipo in assoluto per la Santa Sede, consente agli atleti vaticani di gareggiare non solo in Italia ma ovunque. Poi l’importanza data allo sport come strumento per superare le barriere: «Abbiamo firmato subito un protocollo d’intesa ufficiale con la Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali, per cui in queste settimane ci sono i primi atleti con disabilità che stanno iniziando ad allenarsi. Entreremo dove sarà possibile per provare a cambiare un po’ la mentalità dell’inclusione. Ci sono molti ragazzi che se ne stanno chiusi in casa perché hanno una qualunque forma di disabilità e noi cercheremo per quanto possibile di fargli fare sport gratuitamente. Inizieremo su Roma e cercheremo poi di allargarci, ora stiamo cercando di diffondere la voce nelle parrocchie, negli oratori, nelle scuole per proporre a questi ragazzi di fare sport. Ad esempio abbiamo tesserato una bambina che purtroppo è sulla sedia a rotelle a causa di una malattia degenerativa, ma che affronta la vita sempre con il sorriso. Lei è appassionata di sport e noi spingiamo la sua carrozzina nelle competizioni: è diventata subito parte della squadra».

Solidarietà sconfinata come i valori dello sport in sé. Tutti possono e devono divertirsi: «Abbiamo tesserato come membri onorari due ragazzi emigranti musulmani e per giunta nessuno dei due aveva mai fatto una gara. Ci siamo riferiti alla cooperativa Auxilium per una ragione specifica. Papa Francesco, nel Giovedì Santo del 2016 era andato nella loro sede del Centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, quello che tra l’altro è stato chiuso recentemente. Abbiamo chiesto a loro allora simbolicamente due ragazzi, perché per ora dobbiamo ancora crescere, che volessero correre con noi ufficialmente tesserandosi come Athletica Vaticana. Jallow Buba, 22 anni, proviene dal Gambia e attualmente è titolare di protezione umanitaria. Ansou Cisse, 20 anni, proviene dal Senegal e la sua richiesta di protezione internazionale è ancora in corso. Entrambi hanno vissuto il dramma dei lager libici. Jallow è stato venduto tre volte dai mercanti di schiavi. Ora sono entrati pienamente nella vita della squadra ed è una cosa molto bella».

Tra di loro atleti particolari come detto. Ci sono corridori dalle differenti storie, che vincono anche gare internazionali. La suora domenicana che corre e si fa 45 chilometri in maniera spedita o il sacerdote siciliano che una volta tagliato il traguardo bacia la terra, poiché sta in una zona dove purtroppo la mafia si fa sentire, con l’appello alla gente della Sicilia a riscattarsi un po’. O ancora il dipendente del Vaticano, atleta paralimpico. «Non trascuriamo però la parte sportiva. Abbiamo un gemellaggio molto forte con le Fiamme Gialle e il nostro direttore tecnico è Vittorio Di Saverio, lo stesso delle Fiamme Gialle appunto. Non ci dimentichiamo di essere una squadra che si vuole divertire anche a correre, non tanto per vincere ma sicuramente per fare il meglio possibile».


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