Brexit: il punto sul negoziato

Brexit: il punto sul negoziato

28 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

La premier britannica Theresa May ha deciso di rimandare l’ultimo voto del Parlamento su Brexit al 12 di marzo, quando mancheranno meno di venti giorni dall’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione Europea. Il motivo di questa decisione è da ricercare nella necessità di provare a negoziare con Bruxelles i termini dell’accordo respinto dal Parlamento lo scorso 15 gennaio.

Da Sharm El-Sheikh, dove si trova per il primo bilaterale tra Unione Europea e Lega Araba, Theresa May ha fatto sapere che incontrerà nuovamente il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Anche se la May ha sempre affermato di voler trovare una soluzione entro il 29 marzo è ormai evidente che non ci siano particolari margini di manovra nelle negoziazioni: i punti più controversi dell’accordo, quelli su cui i parlamentari inglesi spingono per apportare delle manovre, sono anche quelli su cui l’Unione Europea non intende fare marcia indietro. Particolarmente importante è la discussione sul cosiddetto “backstop”, il meccanismo che entrerà in vigore nel 2020 in modo da istituire un confine non rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord.

A rendere ancora più complessa la situazione c’è la posizione della premier. Nella giornata di sabato tre parlamentari conservatori hanno firmato una nota in cui dichiarano di essere pronti a sostenere l’emendamento con cui il Partito Laburista intende chiedere un’estensione del negoziato in modo da evitare l’eventualità del no-deal. Questo, secondo alcuni quotidiani britannici, sarebbe in aperto contrasto con la strategia della May di portare la discussione in Parlamento a ridosso della scadenza del 29 marzo per costringere i deputati a votare questa versione dell’accordo, facendo quindi leva sulla paura delle conseguenze di un’uscita senza accordo.

Non mancano, in realtà, le crisi interne al Partito laburista. Come riportato dalla BBC alcuni parlamentari sono entrati in aperto contrasto con la leadership di Jeremy Corbyn e hanno deciso di lasciare il partito. Con le dimissioni di Ian Austin il numero di deputati che sono andati ad unirsi al gruppo misto è salito a nove, a cui sono andati ad aggiungersi anche i quattro ex conservatori fuoriusciti dal partito della May a novembre.  

Nei giorni scorsi Corbyn si è recato a Bruxelles per presentare la propria proposta su Brexit alle autorità europee. Il piano dei laburisti prevederebbe un’unione doganale permanente e la proposta di un allineamento al mercato comune europeo, idea osteggiata da quanti credono che una soluzione di soli vantaggi per la Gran Bretagna potrebbe agitare le forze euroscettiche in vista delle consultazioni di maggio.

“Theresa May è ostaggio degli estremisti del suo partito, sta allungando i tempi per mettere il Parlamento e il Paese di fronte a un aut-aut e soprattutto insiste nel considerare la possibilità del no deal” ha affermato Corbyn a margine dell’incontro con il capo dei negoziatori UE Michel Barnier.

A patire la situazione attuale, secondo un’indagine dell’Economist, sono soprattutto le imprese: solo il 13% di quelle che operano nel Regno Unito dichiarano di non patire la situazione attuale.

La mancanza di proiezioni poco definite per il futuro non può che portare al deteriorarsi di una situazione già precaria. Questo, ad un mese esatto dalla data prevista per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, non può che avere pesanti ricadute anche sull’economia del continente.