Fabio Pagliara, Fidal: “Se la società e la politica prendessero dallo sport saremmo migliori”

di Deborah Villarboito –

Fabio Pagliara dallo scorso gennaio è il nuovo segretario generale della Federazione Italiana di Atletica Leggera. Fino allo scorso anno ha ricoperto lo stesso incarico nella Federazione italiana hockey su prato e tra le altre cose in precedenza ha ricoperto l’incarico di segretario generale della Lega pallavolo di Serie A. Insieme abbiamo analizzato i problemi dell’atletica italiana, soffermandoci anche sulle eccellenze i valori da trasmettere.

Fabio Pagliara

Una vita nello sport: quali sono secondo lei i valori fondamentali che trasmette avendone vissuti così tanti?

Credo che proprio come metafora di vita la società e la politica prendessero dallo sport saremmo migliori. Alla fine alcuni dei valori che come il merito, soprattutto. Nello sport la cosa che mi ha sempre entusiasmato rispetto alla vita normale è che vince chi è più bravo. Non c’è il raccomandato. Se tu fai 9.99 vinci, se fai 10.30 perdi. Il primo valore, che tra l’altro in questo periodo storico particolare è attuale, è proprio il merito. Lo sport incarna il principi che dovrebbe muovere la società: la meritocrazia. Poi gli altri aspetti sono il senso del sacrifico, perchè nello sport non basta il talento se tu non sei uno che lavora e si impegna, non riesci ad ottenere i più grandi risultati. Poi c’è la cosa che muove tutti, anche chi fa il mio lavoro che è la passione. Se tu non ce l’hai non puoi fare l’atleta o il dirigente. In poche parole, una città “sportivizzata” sarebbe migliore.

L’Italia elogia i campioni, ma non si investe abbastanza. Che rapporto ha il nostro Paese con lo sport?

Bisogna fare due ragionamenti paralleli. Da un lato c’è una difficoltà strutturale che un Paese come l’Italia, specie nel Meridione. Ci sono campioni, ragazzini molto forti che ancora si allenano più in mezzo alla strada che su piste. Che ci sia un problema di strutture specie da Roma in giù, questo è sicuro. C’è anche da dire che è più un problema di manutenzione piuttosto che di numero di strutture. Molte volte il problema è più legato al buon utilizzo della struttura e della sua gestione. Dall’altro c’è da sottolineare che la maggioranza di chi fa sport in Italia lo fa per tenersi in forma, lontano dallo spirito agonista. Dunque si apre il tema del “riappropriarsi” delle città. La gente chiede di fare sport ma in maniera libera. Un tema legato alla salute e alla felicità del cittadino, l’altro è quello dell’agonista che non trova strutture adeguate specie in alcune zone dell’Italia.

Veniamo all’atletica. Una volta c’erano i Giochi della Gioventù. Come fare ora per avvicinare i giovani alle discipline dell’atletica?

Faccio parte di una generazione che è cresciuta con il ricordo dei Giochi della Gioventù. Erano una festa straordinaria che avvicinava allo sport. Il venir meno di una manifestazione come questa è stato un grande problema. Un altro punto è il cambiamento della domanda e dell’offerta: un tempo nelle scuole si faceva atletica e pallavolo. Oggi c’è una possibilità che va dall’arrampicata al badminton. C’è proprio un diverso approccio al mondo della scuola. Ci si avvicina secondo me oggi in maniera un po’ più moderna pensando che il mondo dei Social per la scuola e lo sport non è un avversario, ma un alleato per entrare in contatto con queste realtà. Lo sport è il primo social network del mondo. Personalmente ho tanti amici che ho conosciuto facendo sport e ancora li rivedo per questo. Oggi dobbiamo utilizzare questo mondo perchè il reclutamento non può passare solo dalla scuola ma anche da altre realtà che aggregano.

Cosa pensa degli atleti del loro stretto legame con la popolarità e gli sponsor? Spesso anche i media creano molta aspettativa.

Ci vuole molta pazienza in qualche modo. L’atleta deve concentrarsi su obiettivi veri e arrivarci nel giusto modo. Se l’obiettivo sono le Olimpiadi, devi avere la pazienza di costruire il tuo programma e la tua vita per quello. Ci vuole da un lato sia questa capacità di trovare i risultati, sia di trovare i guadagni avendo la pazienza di crescere nel modo migliore. Se bruci troppo le tappe evidentemente mandi in fumo anche la capacità di migliorarti e avere risorse. Il tema poi delle sponsorizzazioni è che chiaramente l’atleta deve essere messo nelle condizioni di fare atleta e di pensare al proprio futuro, senza però diventare solo un’azienda. Il vero rischio è che venga spersonalizzato il campione che diventa in ogni caso una macchina per fare soldi più per la struttura che per se stesso. È un problema a volte culturale. L’altro rischio è l’appagamento da “posto fisso alla Zalone” che si ottiene entrando nelle squadre delle forze armate e che può fare sedere gli atleti.

Si prospetta un anno importante iniziato per certi versi nel migliore dei modi. Che cosa si aspetta da Tokyo 2020?

Intanto ci godiamo gli indoor Glasgow, il prossimo appuntamento. Il chiave olimpica qualche arma in più ce l’abbiamo, sta crescendo una bella generazione: Gibo Tamberi, la Vallortigana, la Palmisano, Tortu. C’è qualche realtà sicuramente di èlite assoluta. Tortu può essere l’unico bianco da finale, una chicca di altissimo livello così come la staffetta. C’è da dire che l’atletica rispetto agli altri sport è davvero complicata perchè ci sono tutti i continenti. Si fa fatica ad emergere in un mercato globale molto complicato. Sta nascendo una forza giovanile che ci lascia ben sperare. Alcuni non saranno pronti per Tokyo ma sicuramente c’è da prendersi delle grandi soddisfazioni rispetto alle ultime delusioni che abbiamo avuto nelle ultime Olimpiadi e Mondiali, pensiamo che alcuni atleti hanno davvero la possibilità di arrivare alla medaglia olimpica.

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