Italia, tra i primi esportatori: “Difficile quantificarle, le armi non scadono”, dice l’esperto

di Deborah Villarboito –

Il primato che non ti aspetti: l’Italia tra i primi esportatori di armi. Argomento difficile da trattare, poiché non esiste un controllo sistematico su numeri e destinazioni. Con l’esperto Francesco Vignarca, coordinatore della rete italiana sul Disarmo su “Disarmo e pace” abbimo cercato di fare chiarezza su questo florido mercato italiano.


Francesco Vignarca

Non le armi pesanti, ma ben sì quelle piccolo-leggere rendono uno dei principali produttori mondiali il nostro Paese che ha due leggi per regolamentare la cosa: «La legge prevede che queste armi vengano esportate con un grado di controllo e percorso autorizzatorio minore, proprio perchè considerate di minore impatto, rispetto a quelle catalogate dalla legge 185/90, quelle ad uso militare – spiega Vignarca – Abbiamo una regolamentazione molto forte sull’interno: la legge 110 del 1975 venne fatta negli Anni di Piombo, c’era l necessità di una stretta e controllo molto forte della situazione sul territorio nazionale. Paradossalmente è abbastanza debole relativamente all’export perchè, non utilizzando le stesse procedure della legge per le armi militari, permette che un’arma possa essere esportata con il semplice nullaosta delle autorità locali e non per un passaggio centrale come per tutte le altre».


Un made in Italy che viene principalmente esportato, più o meno in trasparenza: «La situazione dal punto di vista della produzione ci vede tra i principali produttori, ma soprattutto tra i principali esportatori. L’Italia è sempre stata nelle prime posizioni riguardanti l’export internazionale. L’arma italiana ha una grande tradizione non solo da un punto di vista dell’utilizzo per polizie e corpi di sicurezza, ma anche per quanto riguarda fucili da caccia e armi ad uso venatorio o sportivo. La produzione è stra dominata sul territorio dalla Beretta, che produce per sé e già per altri all’estero, in America, ad esempio, ha qualche impianto. È un brand molto forte sugli Stati Uniti, ma è difficile che lì vengano vendute armi prodotte in Italia. Solitamente le Beretta che sono vendute negli USA sono prodotte in loco».

Difficile però sapere in quali Paesi esportiamo:« Non è facile saperlo. Si hanno dati più certi per le armi militari. Queste passano, così come le munizioni, altra grande produzione italiana, attraverso un percorso autorizzatorio che confluisce in una relazione annuale che deve essere prodotta dal Governo e mandata al Parlamento. Anche se ha perso di trasparenza negli anni, ci permette di capire dove vanno a finire certi tipi di armamenti. Per quanto riguarda invece l’export di armi comuni non esiste un dettaglio del genere e quindi non è così facile sapere dove vengono vendute le armi – continua Francesco Vignarca – Siamo riusciti a scoprire che l’Italia aveva venduto alle forze di sicurezza di Gheddafi, poco prima di partecipare alla coalizione che lo ha bombardato, circa 11.500 tra pistole e fucili non catalogate come militari nonostante alcuni fossero sviluppati appositamente per i Marines degli Stati Uniti. Queste, per un errore di catalogazione, furono vendute tranquillamente da Brescia e autorizzate dalle autorità locali. Se non ci fosse stato questo caso particolare noi non l’avremmo mai saputo. Quello che abbiamo sono stime che vengono fatte incrociando vendite e acquisti».

Ancora più complicato definire ciò che accade sul nostro territorio, con tutte le variabili presenti: «Nel mercato illecito interno si fa fatica a capire cosa succede, abbiamo qualche spiraglio solo in determinate situazioni. Esiste già un problema legato a quante armi detenute legalmente ci sono in Italia. Perchè queste stime il Viminale non le ha mai volute dare. Nel totale complessivo poi ci sono molte voci differenti: c’è chi ha ancora il fucile del nonno in casa piuttosto che la doppietta perchè vive in zone di caccia o chi la detiene per lavoro. Non sappiamo però tutte le licenze e i nullaosta che ci sono in giro – conclude – Per quanto riguarda il discorso di quali ci siano, non c’è loobbligo che ti costringe per forza ad avere armi italiane. Dipende da molte cose. Se guardiamo ad esempio nella storia di alcuni casi che ho visto io, la criminalità organizzata in generale non ha bisogno di avere produzione italiana, ma armamenti e quindi contrabbanda tutto quello che gli può andare bene. Poi ci sono i casi piccoli, ad esempio, dei dipendenti che nel corso degli anni si sono rubati la pistola. Non è così semplice dire chi le produce, anche perchè le armi non scadono. Quindi non è come in molte altre cose che conta il periodo di produzione. Un’arma costruita nel 1950 può essere ancora perfettamente funzionante. Un kalashnikov tenuto bene dura anche 70-80 anni. Chi non ha bisogno di un porto d’armi legale, ma ha bisogno di qualcosa di illegale per delinquere, non gli interessa da chi è stata prodotta o dove».

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