La Mala Educacion in sala

La Mala Educacion in sala

28 Febbraio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Come il pubblico allontana il pubblico

Anno dopo anno le sale cinematografiche si svuotano sempre più. Le poltrone, una volta occupate da uomini, donne e bambini dagli sguardi rivolti verso uno schermo alla ricerca di un sogno da condividere, uno sguardo da ammirare, una storia in cui immergersi, oggi rimangono libere, sole, abbandonate. Pochi gli avventori che continuano a cercare tra quelle immagini in movimento un barlume della propria vita, o un richiamo a quel desiderio di riscatto finzionale impossibile da realizzare nella realtà.

La crisi economica, l’aumento del prezzo dei biglietti e la scomparsa di sale storiche; sono tanti, troppi, i motivi che spingono le persone a rimanere a casa, preferendo canali tematici, o piattaforme di visione on-demand, al cinema. Il film perde dunque la sua aura sacrale, riducendosi a mero passatempo domestico. Eppure, stando ai risultati ottenuti da un’indagine da noi compiuta, ad allontanare il pubblico dalle sale è, paradossalmente, il pubblico stesso. Lo spettatore medio va al cinema come sfoggio di cultura, per creare nuovi contenuti social, o per dar vita a una nuova storia su Instagram; una volta entrato in sala, però, eccolo attuare un comportamento ben lontano da quell’amore poco prima ostentato. Per un chissà quale processo di sostituzione, il nostro spettatore medio scambia la sala per il salotto di casa propria, auto-dichiarandosi del tutto legittimato a scartare con nonchalance gli involucri delle caramelle, entrare a proiezione iniziata e posizionarsi con calma al proprio posto, interrompendo così la visione agli altri spettatori; mangia pop-corn voracemente, spinge con i piedi i sedili davanti, chiacchiera, si toglie le scarpe posizionando i piedi nudi sui braccioli delle poltrone, si lancia in rumorose effusioni, ma soprattutto accende e controlla in maniera ossessivo-compulsiva il proprio cellulare. Ecco cosa fa veramente arrabbiare chi il cinema continua a considerarlo un oggetto sacro da ammirare in silenzio. È difficile comprendere il motivo che spinge questi spettatori a distrarsi dal piacere della visione per soddisfare un desiderio tanto impellente, quanto misterioso, di aggiornare i propri social. Un comportamento talmente dilagante da influenzare anche chi, come alcuni critici cinematografici, dovrebbero seguire con attenzione e fare giudicante le immagini che scorrono loro di fronte. Siamo talmente ossessionati dai nostri smartphone che, una volta spente le luci in sala, i desideri inconsci, la voglia di svagarsi e allontanarsi da una quotidianità che ci va stretta, si trovano non più su uno schermo ma tra finestre virtuali perennemente accese e accecanti. Più che un punto di incontro il cinema è diventato un ring, all’interno del quale gli amanti di quest’arte si battono contro avventori occasionali rei di essersi dimenticati la poeticità nascosta dietro il profumo e la sospensione della realtà che solo una sala può vantare.

Provate a immaginare cosa provereste se all’interno di un museo qualcuno inizi a mangiare rumorosamente, o a urlare davanti a un’opera d’arte come la Gioconda, o il Giudizio Universale. Andare al cinema è un po’ come addentrarsi in una galleria d’arte. Ogni inquadratura è un quadro da analizzare, seguire, ammirare con attenzione; solo così ci sarà possibile confezionare un giudizio sincero e sentito. Può sembrare un’affermazione inutile e scontata, questa, eppure quello che accade nelle sale cinematografiche continua ad allontanarsi dalle norme della buona educazione. Basti pensare a quanto raccontato da una critica come Valentina Ariete (Movieplayer) la quale, seduta tra il pubblico pagante del film di Matteo Rovere, Il primo re, si è ritrovata in mezzo a persone attaccate al cellulare, che parlavano tra di loro come se fossero in piazza, o gente che dormiva pesantemente sin dal primo fotogramma.

La nostra è una società che si sta auto-diseducando. Lo sta facendo nei modi di approcciarsi agli altri sia nella vita reale, quanto in quella virtuale. Una diseducazione che parte anche dalla sala. Gli occhi che si perdono insieme, sincronicamente, tra i meandri di una casa, di un set, di un’auto in cui personaggi diversi si incontrano, litigano, si abbracciano, preferiscono ora isolarsi in maniera privata e solitaria tra i pixel di uno smartphone. In questo atteggiamento si ritrova riflesso un isolamento del singolo nei confronti della società. Ci distacchiamo sempre più, e alla visione corale di un film preferiamo quella privata. Così facendo ci dimentichiamo come ci si debba comportare tra i nostri simili, tra gli appassionati di cinema, continuando ad atteggiarsi come se fossimo soli in casa davanti alla TV. Gli audio di WhatsApp, le chiacchiere fatte ad alta voce, i commenti e la ripetizione di battute appena declamate sullo schermo, sono le nuove colonne sonore che accompagnano le visioni al cinema. Molti di questi atteggiamenti da correggere fanno da sempre parte delle nostre avventure cinematografiche, sono i pericoli del mestiere. Ma altri, soprattutto quelli più collegati alla tecnologia, sono fratture da correggere, derive da raddrizzare. Torniamo dunque al cinema. Solo così, forse, possiamo ritornare a essere uniti.