Navratilova riapre il dibattito, ma la storia sportiva è piena di esempi: quali regolamenti per gli atleti transgender?

di Deborah Villarboito –

Navratilova riapre il dibattito, ma la storia sportiva è piena di esempi: quali regolamenti per gli atleti transgender?

Nel 2016 il Comitato Olimpico Internazionale con una decisione storica nel gennaio del 2016 ha dettato nuove linee guida. Se prima per essere eleggibili nelle competizioni del genere «di arrivo» i transgender dovevano essersi sottoposti a intervento chirurgico e ad almeno due anni di terapia ormonale di conversione, oggi l’intervento chirurgico non è più obbligatorio. I transgender da donna a uomo possono gareggiare fra i maschi senza alcun tipo di restrizione; quelli da uomo a donna, invece, possono concorrere fra le femmine dimostrando solo di avere mantenuto un livello di testosterone inferiore ad una soglia di 10 nanogrammi per litro per l’anno precedente alla competizione. E sono già numerosi i transgender scesi in campo nelle diverse discipline sportive. L’ex tennista Martina Navratilova, peraltro dichiaratamente gay e da decenni attivista della comunità Lgbt, però non è sicura della correttezza della cosa.

Martina Navratilova

Sui Social ha detto la sua ponendosi al centro poi di una gogna mediatica. Per lei gli atleti nati uomini non dovrebbero gareggiare negli sport insieme alle donne, riaprendo lo spinoso dibattito sulla partecipazione degli atleti transgender nelle competizioni sportive femminili. Rapida è arrivata l’accusa di Rachel McKinnon, un medico e attivista transgender canadese, nonché ciclista professionista, che quest’anno, il 14 ottobre scorso, è diventata la prima trans a vincere un campionato mondiale di ciclismo femminile all’UCI Masters Track World Championship di Los Angeles, non senza feroci contestazioni. McKinnon, nata biologicamente come uomo e ha poi fatto il cambio di sesso dopo i vent’anni, ha apostrofato duramente Navratilova, invitandola a scusarsi immediatamente.

Renée Richards

Il problema quindi si ripropone. Come garantire il rispetto dei diritti e l’integrità della competizione sportiva? Un dilemma. Sta di fatto che da anni atleti transgender cercano di affermarsi e alcuni ci sono riusciti. Alla fine dello scorso marzo in Australia Laurel Hubbard è risultata la prima donna transessuale a vincere una gara internazionale di sollevamento pesi. Jillian Bearden era nato ormai 37 anni fa come Jonathan. Ciclista di discreto livello fra gli uomini nella specialità della mountain bike, dopo il cambiamento di genere a 34 anni, oggi gareggia per la squadra femminile dell’Alleanza Gender dell’Arizona del sud e sta vincendo quasi tutte le competizioni. Tia Thompson  è una giocatrice professionista di pallavolo. Poche settimane fa la Federazione Usa di volley le ha riconosciuto il diritto di competere fra le donne; la prima transgender a riuscirci. Fallon Fox, campionessa di arti marziali (specialità «full-contact»), la prima atleta dichiaratamente transgender nella storia Mma, Mixed Martial Arts. Originaria dell’Ohio, già sposata (con una donna, da cui ha avuto una figlia) e marinaio sull’Uss Enterprise, nel 2006 ha cambiato sesso in Thailandia ed è diventata professionista.

L’ex cestista 28enne Kye Allums (già Kyler Kelican Allums) è stata la prima atleta dichiaratamente transgender nella Ncaa Division 1 (il livello superiore di basket femminile dei college statunitensi) da quando ha giocato nella George Washington Colonials. Considerata una pioniera transgender. La Allums, plurilaureata, ha giocato tre stagioni come guardia in quella prestigiosa squadra femminile. Quest’avvocato afro-americana è oggi un simbolo dello sport (e del mondo) transgender statunitense. Janae Marie Kroczaleski prima del personale cambiamento uomo-donna, aveva gareggiato come sollevatore di pesi professionista (di genere maschile) e bodybuilder. Per quanto riguarda combinata (squat, panca e stacco) aveva stabilito il record mondiale maschile nella sua classe di peso (220 libbre) con 2.551 libbre. Dopo il cambiamento di sesso ha smesso di gareggiare. Uno dei suoi obiettivi è quello di essere riammessa alle gare femminili.

Da donna a uomo, e con notevoli successi nel mondo dello sport al maschile ha invece intrapreso Chris Mosier che si è addirittura guadagnato un posto nel team Usa nella massacrante disciplina dello «sprint duathlon» maschile, diventando il primo atleta transgender a far parte di una nazionale degli Stati Uniti che soddisfa la sua identità di genere, piuttosto che il genere lui assegnato alla nascita. In tema di sportivi transgender impossibile non parlare del 29enne Johnny Saelua, nato Jaiyah, il primo calciatore nazionale transgender a competere in una gara di qualificazione mondiale maschile; precisamente come difensore centrale, per la nazionale delle Samoa Americane nel 2011. Parinya Charoenphol è conosciuta per essere una pugile thailandese (specialità «Thai boxing»); campionessa, ma anche modella e attrice. Lei è una «kathoey», un terzo genere tailandese con analogie con i transgender. Prima esclusa dalle gare in quanto tale, poi riammessa dalla federazione nel 1999 (a 18 anni) abbandonò lo sport per operarsi e fare l’attrice e la modella, salvo poi tornare sul ring nel 2006 e sconfiggere un’avversaria giapponese.

Quale potrebbe essere allora il modo migliore per conciliare le cose? Con il passare degli anni gli atleti transgender aumenteranno di numero. Come poter garantire l’equità nelle competizioni e nello stesso tempo il rispetto dei diritti? Si potrebbe pensare ad una categoria a parte, ma saprebbe troppo di ghetto. Aspettiamo e vediamo.


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