Quando il razzismo diventa pericolosamente popolare

di Maurizio Ambrosini –

Le cronache quasi ogni giorno ci segnalano nuovi casi di xenofobia e razzismo. Il fenomeno è difficile da misurare, perché molti episodi non vengono denunciati o non sono adeguatamente rilevati e approfonditi, ma i diversi osservatori che se ne occupano segnalano un aumento dei casi. Episodi come gli insulti sui muri alla famiglia di Melegnano che ha adottato un ragazzo africano, gli episodi di intolleranza xenofoba sui mezzi pubblici, i cori razzisti da stadio indicano che si sta sviluppando un clima culturale in cui diventa sempre più ammissibile esprimere sentimenti di aperta avversione verso persone immigrate, oggi soprattutto africane. Anche senza arrivare alla violenza, che pure a volte entra in gioco, si è sdoganato un razzismo diffuso e banalizzato.

È importante riflettere su alcune sue caratteristiche. Anzitutto il discorso razzista è facilmente accessibile: chiunque, per il mero fatto di essere italiano, può sentirsi superiore a un medico africano o a un ingegnere cinese. Può gridare a gran voce che i diritti spettano a lui soltanto, che altri ne vanno esclusi perché non hanno il passaporto giusto o il colore della pelle appropriato. Uno slogan come “prima gli italiani” non è molto lontano da questa visione.

Di qui discende una seconda caratteristica del razzismo, il vittimismo consolatorio: se vivo male e non ottengo risposta alle mie esigenze, magari anche giuste o comunque comprensibili, è perché lo Stato, le leggi, le élites, e magari la chiesa di papa Francesco proteggono gli immigrati. Non pochi trovano così una spiegazione facile al proprio arretramento sociale e talvolta al proprio fallimento personale.

Anche l’insicurezza seminata dalla globalizzazione neo-liberista incide: si converte in ansiosa domanda di protezione del proprio ambiente di vita contro ogni presunta minaccia esterna, facilmente identificata nella circolazione di persone diverse e povere.

Quando questi sentimenti non sono urlati in solitudine, ma condivisi con altri, si afferma un’altra caratteristica del razzismo: a suo modo, l’individuazione del nemico infiltrato sul territorio produce un senso di comunità. Magari paranoide e malato, ma non meno temibile. Serve egregiamente a dividere il mondo in gruppi ben distinti e contrapposti: da una parte noi, gente pacifica e perbene, dall’altra loro, di volta in volta dipinti come invasori, profittatori del welfare, violenti aggressori di ragazze indifese. In proposito, la costruzione di categorie collettive, tali per cui tutti gli africani o tutti gli immigrati sono uguali, è un tratto costitutivo dei razzismi. In questo modo le malefatte di qualcuno diventano le colpe di tutti. Il contrario invece non vale: il buon comportamento di qualche appartenente al gruppo stigmatizzato è eventualmente un’eccezione che non modifica il giudizio generale. Proprio questo meccanismo sorregge il senso della comunità minacciata.

Tutto questo potrebbe ancora una volta condurre ad associare il razzismo con condizioni economiche e sociali svantaggiate: una tipica battaglia dei penultimi contro gli ultimi. Magari dei penultimi sotto pressione per il timore del sorpasso. Questo però è vero solo in parte, ed è vero soprattutto per le forme più esplicite e rozze di razzismo. La paura dello sconvolgimento dell’ordine sociale, la produzione di rappresentazioni collettivizzanti dei presunti altri (gli africani, i mussulmani…), il senso della perdita di un’identità culturale da ben altre forze in realtà minacciata sono sentimenti che attraversano la società e investono anche fasce colte e benestanti.

C’è un ultimo tassello da aggiungere: i messaggi che arrivano dall’alto, criminalizzando gli immigrati e banalizzando, minimizzando o giustificando le espressioni razziste, non aiutano certo a dissipare il clima di ostilità verso gli immigrati. Anzi, si può temere che contribuiscano a rendere legittime altre forme di xenofobia.

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