Algeria: da due settimane le proteste fanno tremare la presidenza Bouteflika

Algeria: da due settimane le proteste fanno tremare la presidenza Bouteflika

7 Marzo 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Abdelaziz Bouteflika, 85 anni, in condizioni di salute precarie a seguito di un ictus, si candiderà per un quinto mandato alle elezioni presidenziali che si terranno in Algeria il prossimo 18 aprile.

La notizia, confermata domenica scorsa, arriva dopo due settimane di proteste che hanno coinvolto non solo ad Algeri, ma tutto il Paese e i residenti all’estero. Nella capitale, così come nelle quarantotto province di Algeria e davanti alle ambasciate, gli algerini hanno ribadito la loro contrarietà al quinto mandato, uscendo così dalla bolla di paura e immobilismo che aveva allontanato dalla presidenza lo spauracchio delle Primavere arabe.

Le rivolte che all’epoca coinvolsero i vicini Libia e Tunisia, e che in Algeria non furono così imponenti da decretare la fine del regime, iniziarono il 22 febbraio 2010. Allora gli algerini scesero in piazza per chiedere le dimissioni di Bouteflika, in carica dal 1999, e la fine dello stato di emergenza che permetteva alla polizia di adottare misure speciali contro gli oppositori. Le proteste si conclusero con la revoca delle leggi straordinarie, un provvedimento di facciata visto e considerato che l’esercito manteneva comunque la prerogativa di arrestare i colpevoli di “sovversione e terrorismo”, fattispecie di reati grazie alle quali negli anni sono stati condannati numerosi attivisti coinvolti nelle manifestazioni contro la presidenza.

Nonostante questo, il 22 febbraio resta una data simbolica per molti algerini e non è un caso che i manifestanti abbiano scelto proprio questa giornata per tornare in piazza.

In un primo momento la protesta è stata insabbiata dai media locali, nonostante le immagini sui social mostrassero chiaramente che i numeri erano quelli del 2010-2012. Giornali e televisioni si sono limitati a trasmettere il messaggio di Bouteflika in cui il presidente, senza mostrarsi, faceva appello alla moderazione e alla continuità di governo e le dichiarazioni del premier Ahmed Ouyahia, che dall’inizio delle proteste ha parlato di un complotto internazionale e di una “deriva pericolosa e violenta”. Proprio per questo motivo gli speaker delle emittenti radiofoniche pubbliche hanno rilasciato un comunicato in cui denunciavano la scarsa copertura sulle manifestazioni e si chiedevano “Siamo giornalisti di regime o di servizio pubblico?”.

Nei giorni subito successivi al 22 febbraio le proteste hanno continuato ad infiammare il Paese, mentre si susseguivano i comunicati delle associazioni di categoria e dei gruppi studenteschi. Proprio la protesta del 26 febbraio, che ha chiamato in piazza le associazioni degli studenti, è stata particolarmente partecipata. In Algeria, Paese in cui un cittadino su due ha meno di 27 anni, il dato demografico è particolarmente influente: non solo i ventenni coinvolti nelle manifestazioni non hanno conosciuto altra leadership all’infuori di quella di Bouteflika, ma spesso sono nati dopo la guerra 1991-2002 che negli scorsi anni ha frenato le generazioni più anziane dallo scendere in piazza.

Il primo marzo, un venerdì – giorno spesso decisivo per le piazze arabe, sono state annunciate misure di sicurezza straordinarie ad Algeri. Mentre i giornalisti più avversi al regime sono stati costretti dalle forze di polizia a rimanere a casa si sono uniti ai manifestanti alcuni personaggi-chiave della vita pubblica algerina come l’ex premier Ali Benflis e l’attivista Djamila Bouhired.

Nonostante gli appelli alla calma nella giornata di venerdì il bilancio finale, secondo i numeri forniti dalle forze di polizia, è stato di 56 poliziotti e 7 manifestanti feriti, mentre 47 persone sono state arrestate. Oltre ai numerosi feriti sarebbe stato ucciso durante gli scontri il figlio di Benyoucef Benkhedda, uno dei leader  delle proteste anticoloniali.

L’assenza del presidente, ricoverato a Ginevra per degli accertamenti sul suo stato di salute, è pesata più che mai sulla decisione di alcuni politici di schierarsi a favore dei manifestanti.

Poche ore dopo la pubblicazione del comunicato sulla sua candidatura Bouteflika ha annunciato che, in caso di vittoria, non concorrerà per un sesto mandato e che si impegnerà a convocare un’assemblea nazionale per scrivere una nuova Costituzione da sottoporre a referendum.

Nel frattempo ad Algeri e in tutto il Paese continuano le proteste, con immagini che non possono non ricordare le rivolte che hanno fatto crollare i regimi di Gheddafi, Ben Ali e Mubarak: in Algeria, così come in Sudan, una leadership pluriennale è in crisi. Ancora una volta, nel mondo arabo, è quasi primavera.