La filosofia dell’arte, Schopenhauer e il tatuaggio: un incontro impossibile?

La filosofia dell’arte, Schopenhauer e il tatuaggio: un incontro impossibile?

7 Marzo 2019 0 Di il Cosmo

di Elisabetta Testa –

Oggi è ormai pratica diffusa riempire il proprio corpo con tatuaggi: disegni colorati, scritte, figure in bianco e nero. Si può parlare di filosofia dell’arte quando abbiamo davanti questo fenomeno? Diciamo che l’incontro non è così impossibile…

Il termine ‘tatuaggio’ si diffonde solo a partire dal XVIII secolo con James Cook. Prima di allora, il tatuaggio era una sorta di rito di iniziazione: incisione sulla carne, praticata da alcune popolazioni antiche, atta a dimostrare l’appartenenza a un determinato contesto. Un’usanza, quindi, portatrice di un alto valore simbolico, che aveva molto a che vedere con la sacralità del corpo.

La pratica, che si diffonde anche in Giappone- uno dei terreni più fertili sotto questo punto di vista- viene disprezzata nel corso della storia: a tatuarsi erano, per diverso tempo, solo gli outcast, i fuorilegge, i criminali e i pazzi. Tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, esplode la moda tattoo, soprattutto negli ambienti giovanili punk e skinhead.

Il corpo umano, filosoficamente, è come una statua, una tabula rasa, un foglio bianco su cui imprimere esperienze, simboli e ricordi. Il corpo conserva in qualche modo ancora oggi quella dimensione sacrale delle origini, spogliata, però, di quell’elemento religioso. Il corpo oggi è sacro perché ha a che fare con la dimensione estetica e artistica, non più per vicinanza alla religione come un tempo. Il tatuaggio affascina, trascina le masse, perché ha a che fare con la sfera del bello: con il tattoo si riproduce la realtà, senza difetti: si dà vita a un mondo idealizzato, che, in quanto tale, è perfetto.

Sono stati molti i filosofi che hanno messo al centro il concetto di arte nella loro speculazione, ma il pensiero di Arthur Schopenhauer colpisce. Il filosofo, vissuto tra il 1788 e il 1860, sosteneva che l’arte fosse il primo gradino attraverso il quale si potesse iniziare il cammino verso la libertà, verso la purificazione dalla volontà di vivere. Con l’arte si impara a contemplare in modo disinteressato l’oggetto di esperienza: contemplo una statua, ma non la desidero e capisco, così, che mi sto allontanando dalla volontà. L’arte è in grado di cogliere le idee: quando guardo un tatuaggio che raffigura un drago, ne percepisco l’idea, il concetto universale. Entrando in contatto con l’idea mi distacco dal materiale, perché questa non è legata né allo spazio né al tempo. Il filosofo stabilisce anche una gerarchia fra le manifestazioni artistiche, partendo dalla forma più bassa: architettura, scultura, pittura, poesia e musica.

Con l’arte secondo Schopenhauer, l’uomo diventa un “puro occhio”, che contempla per un attimo la volontà. Conclusa l’esperienza estetica, l’essere umano ricade nella sua bestialità, nella materialità. Ecco perché l’arte costituisce solo la prima tappa del cammino di liberazione, alla quale seguiranno l’etica e l’ascesi. L’esperienza artistica dura attimi: per un istante, guardando un tatuaggio, entro in un’altra dimensione. Ma per farlo, suggerisce Schopenhauer…

Bisogna comportarsi come di fronte a un principe, e mai prendere la parola per primi. Altrimenti, si rischia di sentire soltanto la propria voce…