Fino all’osso: il peso della perdita

Fino all’osso: il peso della perdita

14 Marzo 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

La nostra recensione del film con Lily Collins sul tema dell’anoressia

Tiri fuori la bilancia. Con coraggio ci sali. Ora un piede, adesso l’altro. Aspetti con ansia e paura il numero che comparirà sul display; gli occhi chiusi. Un chilo, forse due in più e inevitabilmente ecco che si innesta il meccanismo pianificatore pronto a scegliere quale dieta seguire, in quale palestra andare e quale tuta nuova comprare. Diciamocelo: chi davanti al mostro della bilancia non si è ritrovato in questa situazione? Eppure per molti quei numeri, anche i più piccoli, sono macigni che colpiscono e buttano giù rasentando la depressione. Bastano anche pochi grammi e l’ansia prende il sopravvento.

E così la palestra, la corsa, la dieta non bastano più; per certi soggetti fragili e insicuri non esistono due pesi e due misure; per dimagrire bisogna digiunare. Si tratta del vortice nefasto dell’anoressia, un fantasma insidioso che ti attira a sé, si nutre delle tue ansie, della tua bellezza, allegria spensieratezza; insomma di te. Ogni chilo perso è un colpo in meno al cuore. “Fino all’osso” è un manifesto contro questo male che, una volta radicato, è difficile estrarre del tutto. Rimarrà sempre una vocina che ti tenta. Nel film diretto da Marti Noxon e interpretato da Lily Collins, (giovane attrice ormai lanciata nell’universo di Hollywood, figlia di Phil Collins e, soprattutto, esempio vivente che l’anoressia si può sconfiggere) il pubblico viene preso per mano e accompagnato nella discesa infernale di chi, come la protagonista Ellen, deve convivere ogni giorno con questo nemico a prima vista infallibile.

Un nemico che invade sempre più le frontiere avversarie, attirando a sé eserciti di ragazze fragili, che dinnanzi alle foto di modelle perfette, sempre in forma, si lasciano plagiare e convincere che quel modo di dimagrire, così crudele, eppure così efficace, sia il lasciapassare perfetto per un fisico scolpito. E così, proprio come Ellen inizi a contare le calorie, a sottoporti a estenuanti esercizi fisici, a digiuni o regolari visite al bagno per rimettere quel po’ (o tanto, se si parla di bulimia) cibo che hai ingerito. Il lavoro di CGI e make-up per rendere ancor più scheletrico il corpo di Lily Collins è impeccabile quanto destabilizzante. È mostrando visivamente, quasi in maniera tangibile, l’eccessivo deperimento fisico che si scuote la mentalità altrui, e Marti Noxon lo sa. La regista non ha timori di mostrare sullo schermo immagini capaci di impressionare, colpire la sensibilità dello spettatore; solo così, forse, si riesce a ottenere una risposta dall’altra parte dello schermo. Una scelta coraggiosa appoggiata dalla piattaforma Netflix che ha distribuito il film in tutto il mondo rendendolo accessibile ovunque e immediatamente.  

Ho tutto sotto controllo, non mi capiterà nulla di brutto” è un refrain ripetuto come un incantesimo da Ellen per autoconvincersi che veramente tutto andrà bene, ma, come lei ben sa, la signora con la falce è sempre dietro l’angolo pronta a colpire. Mostrare immediatamente le estreme conseguenze a cui la ragazza è andata incontro, ignorando i passaggi che l’hanno portata n quella ruota di autodistruzione, fa male, colpisce, sconcerta. Gettare lo spettatore nella vita di questa ragazza, senza preamboli e in medias res, vuol dire seguire passo dopo passo la sua risalita verso un nuovo inizio e una possibile guarigione.

Così facendo la regista segna le strada per chi, nella realtà, come Ellen cerca disperatamente una spinta per ritornare alla vita. La regia di Marti Noxon (anche lei vittima di anoressia nervosa in passato) non è mai invadente; cinepresa spesso in spalla, è pronta a seguire la sua protagonista nel suo percorso catartico con fare documentaristico, una caccia al tesoro alla cui fine non c’è nessuna pepita dorata, ma solo sguardi e appetiti nuovi. Perfettamente giustificabile è l’impiego dei grandangoli interni che ingigantiscono l’ambiente deformandolo e rendendo ancora più piccoli, magri e fragili, i vari personaggi che si stagliano sullo schermo.

Interessante anche l’approccio della sceneggiatura alla storia; un elemento in più capace di donare veridicità all’esistenza di Ellen; di renderla reale nel suo essere finzionale. La Noxon a (che del film è anche sceneggiatrice) affronta ogni passaggio di questa discesa all’inferno: dalla ricerca ossessiva dei famigliari al motivo scatenante, quando un motivo forse nemmeno c’è (in questo caso l’omosessualità della madre di Ellen), alla coscienza della ragazza di dimagrire perché “pensavo di stare meglio”; al rifiuto del mangiare non appena si viene a conoscere la quantità di calorie contenute, al ricovero in strutture apposite, fino all’analisi attenta dei dottori delle ecchimosi sulla schiena per i troppi addominali. Il tutto senza edulcorazione, ma con una lettura onesta, quanto più vicina alla realtà senza imbellettamenti appaganti alla visione.

La fotografia ombrosa, pulviscolare, che vela il tutto di paura repressa e di ombre, (le stesse che vivono insite in Ellen e la spingono a non curarsi del tutto), vive comunque di una tonalità calda che tenta di farsi spazio come un abbraccio affettuoso che avvolge teneramente Ellen. Le uniche volte in cui lo spettatore si vede acciecato dalla luce intensa dello schermo è quando i protagonisti girano tra le camere asettiche degli ospedali; un bianco potente, ma privo di emozioni. Di emozioni e colorate sfaccettature vive invece la performance di Lilly Collins; un’interpretazione giocata in sottrazione e capace comunque di comunicare e stabilire con lo spettatore, grazie ai suoi occhi e vivaci, un rapporto empatico qui quanto mai necessario.

“Fino all’osso” tenta dunque di essere quello che negli anni Ottanta era il TV show con protagonista Jennifer Jason Leigh “The Best Little Girl in the World”; un atto di denuncia volto a smuovere le coscienze orientando il tentativo di emulazione verso la voglia di rinnovarsi cambiando pelle senza ostentare le ossa.