“Self Control”, il cortometraggio che ci mostra che anche i maschi sono soggetti a DCA

“Self Control”, il cortometraggio che ci mostra che anche i maschi sono soggetti a DCA

14 Marzo 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Si chiama Salvatore Sclafani ed è un regista, produttore e direttore della fotografia palermitano. La passione per la cinepresa nasce fin da quando aveva 12 anni e ha cominciato la sua carriera come attore per poi passare alla regia, fotografia ed in fine alla produzione. Vive a Los Angeles da circa un anno, dove ha frequentato la UCLA Extension ed al momento collabora con i produttori Gerry Pass e Kerry Mondragon. Nel 2017 aveva presentato al pubblico il cortometraggio “Self Control”, la storia di Riccardo, siciliano di 25 anni, che convive con il demone della bulimia. Il film ha vinto il premio delle scuole al Moviemmece Film Festival 2017 ed è stato segnalato fra i migliori Pitch Trailers al Trailer film festival di Milano lo stesso anno. È stato in selezione anche al Festival “Film di Peso” ed al “Salus Cine Festival 2017”. Salvatore ci racconta il perchè della sua scelta di raccontare un tema così forte.

FOTO SCLAFANI

Self Control: che cosa significa questo titolo?

Self Control, letteralmente “Autocontrollo”, è il mantra che perseguita ogni persona affetta da un disturbo alimentare. Il concetto di dover reprimere degli “istinti cattivi” che potrebbero portarti a mangiare ciò che non dovresti, evitare l’esercizio fisico. Una costante condizione di ansia che difficilmente abbandona la persona affetta da DCA.

Un cortometraggio dedicato alla bulimia maschile. Perchè hai deciso di trattare questo tema?

È un argomento veramente poco trattato. Si tende ad associare la bulimia ed i disturbi alimentari in generale alla popolazione femminile, dimenticandosi di quanto questi siano presenti anche negli uomini. La pressione sociale che richiede agli uomini di avere un fisico perfetto, muscoloso e scolpito, è presente oggi più che mai. Siamo circondati da questo tipo di immagini. Ho deciso di raccontare questa storia per parlare a coloro che si trovano in questa situazione e cercano di uscirne. Purtroppo il rifiuto e la negazione sono una cosa molto potente, ed in Riccardo, il personaggio protagonista interpretato dal fantastico Domenico Cangialosi, sono così radicati che probabilmente ci vorranno degli anni prima che lui riesca a comprendere quale sia la strada che sta percorrendo e come riuscire a salvarsi.

Un ragazzo di 25 anni siciliano: hai scelto a caso il soggetto o è simbolico in qualche aspetto?

Come sempre, uno dei miei desideri è quello di raccontare la mia terra, la Sicilia. In questo caso, era importante che il protagonista fosse siciliano perchè questo mi ha permesso di rompere ancora di più lo stereotipo dell’uomo duro, che non deve chiedere mai. Riccardo ha bisogno d’aiuto, e prima o poi dovrà chiederlo. Gli uomini del Sud tendono ad essere visti come particolarmente virili, mi è sembrata la scelta più giusta.

Che cosa vive il tuo personaggio in quei 15 minuti circa di racconto che hai fatto?

In quei 15 minuti viene raccontata una giornata tipo di Riccardo: fra le interminabili corse in bicicletta, la dieta serrata e le mille tentazioni. L’arrivo della sorella e la pressione che ne consegue scatenerà una nuova abbuffata. Ciò che cambia però quel giorno è il risultato finale, a fine giornata Riccardo ha qualcosa negli occhi, un piccolo cambiamento, forse l’inizio di una consapevolezza? Chissà.

I ragazzi difficilmente ammettono di avere Dca, poichè nell’immaginario sono legati al mondo femminile. Pensi che l’arte cinematografica possa aiutarli nella loro richiesta di aiuto e guarigione?

Il cinema può e deve avvicinarsi a chi ne ha bisogno. Mostrando, come io ho cercato di fare, che non si è soli. L’obiettivo ultimo di questo film è sempre stato quello di dire a tutti coloro che si trovano nella stessa situazione, che non sono gli unici, che ci sono altre persone lì fuori che faticano ad accettare il proprio corpo come loro e sono bloccati nel paragonarsi con quell’immagine estrema, da copertina, impossibile da raggiungere. Sono convinto che essere rappresentati sul grande schermo, sia un mezzo per raggiungere un’emancipazione e consapevolezza, che infine potrà, si spera, portare ad una guarigione.

Non un tema facile: Come è stato accolto da pubblico e critica?

Siamo stati fortunati a trovare uno spazio per il film attraverso diversi canali. Il film è distribuito da First Child s.r.l., società di produzione e distribuzione cinematografica fondata da me e dalla mia compagna e socia Paola Piccioli. Il dialogo con film festival, viste le immagini crude, è stato spesso difficile, ma siamo fieri della diffusione che abbiamo ricevuto.