L’Italia è felice? A quanto pare sì

Siamo di nuovo un popolo piuttosto felice. Come se rivedessimo la luce in fondo al tunnel. Niente di clamoroso, per carità, ma abbiamo scalato undici posizioni, passando dalla 47esima alla 36esima piazza, nel World Happiness Report, che misura per l’appunto il grado di felicità di un popolo, prendendo come parametri Pil e aspettative di vita. Ma anche aspetti che riguardano la cultura.

Ai primi posti, neanche da dire, ci sono i Paesi del Nord Europa, ossia Finlandia, Danimarca e Norvegia. Ogni anno, quando viene reso noto il Report, non mancano le polemiche. Come si fa, effettivamente, a misurare la felicità? I parametri sono stati man mano aggiornati e diversificati, ma resta difficile avere un’unità di misura per un sentimento, talvolta irrazionale. In questa ultima edizione, si è tenuto conto del rapporto tra felicità e comunità. Ciò non toglie che resta la dimensione economica, probabilmente quella che più ci penalizza. Del resto, con la crisi economica del 2008, sono aumentate le diseguaglianze e ciò ha creato maggiori conflitti tra le persone. Sottraendo felicità per immettere, come un veleno, sentimenti quali l’invidia, la critica, l’ostilità.

Il Bel Paese torna quindi un po’ a essere anche Felice Paese? Evidentemente sì, benché leggendo i social verrebbe più di qualche dubbio. A proposito, il Report arriva oggi perché il 20 marzo è la Giornata internazionale della felicità: lo sapevate? Noi, intanto, abbiamo messo dietro Polonia, Slovacchia e Slovenia, che dodici mesi fa erano più felici di noi.

Dicevamo dei criteri che vengono utilizzati. Quelli principali sono sei: reddito medio pro capite, aspettativa di vita sana, supporto delle reti sociali, livello di libertà personale, generosità e percezione della corruzione nell’amministrazione. Proprio quest’ultimo parametro pesa moltissimo sulla nostra classifica: siamo infatti ultimi in Europa, al 128esimo posto, a braccetto con la Slovacchia. Pure come libertà individuale siamo messi molto male: 132esimi, in solitaria. E poi ancora: siamo meno felici che nel triennio 2005-2008. Evidentemente, quando ci toccano il portafogli, ci toccano pure il cuore.

Il rapporto fa anche degli esempi pratici, anch’essi più discutibili se vogliamo. In Francia, per esempio, il successo della destra di Le Pen sarebbe un segnale di malessere. Secondo chi redige il Report, infatti, più si è infelici e più si vota a destra. Però, allora, bisognerebbe capire come ha fatto il nostro Paese a scalare posizioni con un governo che è decisamente sbilanciato verso destra. Insomma, alla fine, è difficile davvero far dipendere la felicità da parametri oggettivi essendo qualcosa di molto soggettivo. E anche di effimero, talvolta di sfuggevole. Temporaneo, provvisorio. Loro però ci provano ogni anno a farci sapere se siamo più o meno felici dell’anno prima.

di Alessandro Pignatelli

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