È il mio mondo che cambia

di Elisa Torsiello –

Il problema del cambiamento climatico al cinema

L’età è solo un numero. Gli occhi pieni di forza, coraggio e tenacia fanno di Greta Thunberg una ragazza molto più grande dei suoi sedici anni; poi allarghi lo sguardo e con quelle trecce, le maglie extra-large, i tratti infantili la ragazza cambia aspetto e diventa una bambina da proteggere, salvaguardare, proprio come da proteggere e salvaguardare è la Terra che a lei e a tutte quelle migliaia di persone che hanno riempito venerdì 15 marzo le piazze di tutto il mondo per sensibilizzare la questione del cambiamento climatico sta tanto a cuore. Prima di Greta Thunberg in tanti hanno tentato di aprirci gli occhi, cinema compreso. Nei disaster movie, o nei racconti più intimisti, si è spesso scorto una sorta di avvertimento non dissimile da quello elaborato da studiosi ed ecologisti circa il cambiamento traumatico verso cui abbiamo avviato il nostro pianeta. Da “…e la Terra prese fuoco” del 1961 – film di fantascienza britannico diretto da Val Guest su un pianeta che sta diventando inospitale a causa dei cambiamenti climatici dovuti proprio dall’azione dell’uomo – a “Waterworld” (1995), fino a “Una scomoda verità” (2006) dove Al Gore mostra i livelli elevati di CO2 nell’aria, passando per “Snowpiercer” (2013) e “La quinta stagione”, (senza dimenticare il documentario prodotto e narrato da Leonardo DiCaprio “La 11.ma Ora” in cui vengono intervistati i più importanti esperti del cambiamento climatico)  la lista di film a tema ambientale che stuzzicano la nostra immaginazione con un sapore apocalittico è lunga ed eterogenea. Eppure guardando Greta Thunberg si ritrova in lei, nelle sue parole e nei suoi sguardi, la commistione di due filoni specifici di film facenti parte di questo lungo elenco: da una parte ci sono le opere che si concentrano sulle conseguenze più disastrose a cui stiamo andando incontro; dall’altra quelle con protagonisti amanti della natura disposti a tutto per la sua preservazione.

Nelle parole di Greta, lanciate come spade pronte a scalfire la presa di posizione delle grandi potenze, ritornano prepotenti le immagini già portate sullo schermo (seppur in maniera finzionale e cinematografica) da Roland Emmerich in “The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo”. Il futuro che la ragazza decanta come un’indovina del ventunesimo secolo è lo stesso che ci viene sbattuto senza abbellimenti sullo schermo da documentari o semplici riprese immortalanti la morte del pianeta Terra, lo scioglimento dei ghiacciai, le estinzioni di diverse specie di animali, le temperature in rialzo e le stagioni impazzite. Si tratta di un futuro che il regista aveva già previsto nel 2004, ma se ai tempi la visione di una New York invasa dal gelo e immersa da onde anomale come una palla di neve che compri come souvenir ci sembrava mero materiale da intrattenimento, oggi quella prospettiva si sta tramutando sempre più in realtà. La verosimiglianza delle tempeste nelle città e in spazi “reali” sbalordisce per la sua accuratezza grafica e allo stesso tempo fa rabbrividire per il suo ruolo di premonizione cinematografica. Sebbene il pedale dell’esagerazione è perpetuamente schiacciato, con il senno di poi si ritrovano in quella sua coltre di neve e in quel sole pallido che illumina “l’alba del giorno dopo” accenni di un futuro probabile che, come ci ricordano le gesta eroiche di Sam Hall (Jake Gyllenhaal) nel film e le battaglie di Greta Thunberg nella realtà, si possono evitare avviandoci così verso un possibile cambiamento non climatico, ma del buonsenso umano.

Se gli spazi tra le frasi declamate con vigore e destabilizzante sicurezza dalla giovane Thunberg sono schermi cinematografici su cui vengono proiettati i più forti disaster-movie, o gli ancor meno rassicuranti documentari, negli occhi della ragazza si scorge bruciare lo stesso fuoco che alimentava l’amore per la natura di Christopher McCandless, giovane benestante americano che agli inizi degli anni Novanta rinuncia a tutte le sue sicurezze materiali per immergersi all’interno della natura selvaggia. Una storia quasi incredibile nella sua realtà che Sean Penn ha ammantato di ulteriore poesia traducendola in un film minimale, giocato in sottrazione e proprio per questo ancor più potente e struggente: “Into The Wilde – nelle terre selvagge”. Insieme al personaggio di McCandless (interpretato magistralmente da Emile Hirsch) a rivestire il ruolo di protagonista è anche la natura stessa, quella incontaminata, sublime, desolata e per questo attraente. Un paesaggio che conquista al primo sguardo sia McCandless che lo spettatore; lo stesso paesaggio che gli attivisti e i ricercatori continuano a mostrarci come reminder sulla bellezza che lì vi alberga e che, plastica dopo plastica, inquinamento dopo inquinamento, da rappresentazione bucolica si sta trasformando in trionfo della morte. In “Into the Wild” Christohper McCandless assumendo lo pseudonimo di Alex Supertramp intraprende un viaggio di iniziazione alla spettacolarità della natura e di terre sconosciute che, se l’uomo non impara a fronteggiare, rischiano di tramutarsi in terre scomparse. A differenza di opere come il sopracitato “The day after tomorrow”, o del recente documentario “Ice and the Sky” il film di Sean Penn non vuole erigersi a monito filmico di disastri ambientali in atto e delle loro traumatiche conseguenze, quanto ricordare al mondo il motivo che spinge persone come McCandless o Greta Thunberg a ribellarsi, scioperare, innalzare il proprio grido di aiuto, o il proprio cartello colorato in cielo: è la bellezza della natura, di un mondo che è nostro ma che stiamo uccidendo a farci uscire, alzarci e tentare nel nostro piccolo di cambiare le cose. Una volta Oscar Wilde disse “mi sembra che tutti noi guardiamo troppo alla Natura e viviamo troppo poco con essa”. Forse è giunto il momento di vivere a stretto contatto con il paesaggio che ci circonda, senza per questo sfruttarlo. È la salvaguardia di un pianeta e con esso del nostro futuro a unirci e farci manifestare scrivere come poeti romantici del ventunesimo secolo un poema dall’epilogo felice e non catastrofico.   

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