La ragazza sull’albero di Julia Butterfly Hill

di Fabiana Bianchi –

Oggi, con ottime ragioni, il mondo sta parlando di Greta Thunberg, giovanissima ecologista svedese che ha riacceso i riflettori sul tema dell’ambiente. Poco più di vent’anni fa, un’altra ragazza, che aveva solo qualche anno in più, calamitò le attenzioni sullo stesso tema. Julia Hill, divenuta poi nota con il soprannome di “Butterfly”, “farfalla”, è nata nel 1974. A soli 23 anni, il 10 dicembre 1997, si lanciò in un’azione dimostrativa destinata a rimanere nella storia: si arrampicò su una sequoia di oltre 70 metri di altezza per impedirne l’abbattimento da parte di un’azienda.

L’albero si trova nella foresta californiana di Headwaters, in una parte che era destinata al disboscamento. La ragazza si stabilì su una piccola piattaforma a circa 55 metri di altezza. Inizialmente, la sua intenzione era quella di superare semplicemente il record di permanenza su un albero, che era di 42 giorni. A quel punto, però, la sua storia era diventata così famosa che lei decise di rimanere sul posto per mantenere alta l’attenzione sul tema del disboscamento.

Ne scese solo 738 giorni dopo, circa due anni, il 18 dicembre 1999. Lo fece perché l’azienda aveva accettato di risparmiare quel tratto di foresta. Julia Hill raccontò quei due anni nel libro “La ragazza sull’albero”, uscito in Italia nel 2000. Fra le sue pagine, l’attivista racconta di quei giorni trascorsi a decine di metri dal suolo: le difficoltà oggettive della vita quotidiana, come ripararsi dalle intemperie, i difficilissimi rapporti con l’azienda che avrebbe dovuto tagliare gli alberi e soprattutto la sua crescita personale. Fra i rami di Luna (così l’”inquilina” battezzò la sequoia), nelle lunghe ore di solitudine, l’autrice elaborò una visione del mondo che ancora oggi la spinge a combattere per salvaguardare la natura e l’unico pianeta che abbiamo. Un libro che, riletto oggi, lascia con un interrogativo: sarebbe estremamente curioso sapere come si sarebbe svolta la sua storia se fosse avvenuta vent’anni dopo, nell’epoca dei social network.

Rispondi