La Terra che cambia: il clima e i suoi equilibri

di Fabiana Bianchi –

I professionisti della meteorologia sono fra coloro che meglio possono monitorare il “polso” dei cambiamenti climatici. Edoardo Mazza è un giovane ricercatore che si sta specializzando in meteorologia tropicale. Partito dalla Valsessera, al confine fra le province di Vercelli e di Biella, ha conseguito la laurea in Geofisica e Meteorologia all’Università di Edinburgo. Dopo avere frequentato la Freie Universität di Berlino, ha avuto accesso al dottorato in Scienze Atmosferiche all’Università di Washington.

«Attualmente sono al secondo anno e lavoro nel gruppo della professoressa Shuyi Chen che si occupa di meteorologia tropicale – spiega – Ho due aree di ricerca: una è la formazione e lo sviluppo di cicloni tropicali nella parte iniziale della stagione degli uragani, l’altra è la simulazione dell’impatto degli uragani una volta che toccano terra. Nella mia ricerca uso un modello numerico che simula contemporaneamente l’evoluzione dell’atmosfera, dell’oceano e delle onde sia dati raccolti con appositi aeroplani». La meteorologia si dimostra una scienza complessa e affascinante, che richiede un enorme lavoro: ci si potrebbe chiedere perché sia così importante monitorare l’andamento delle condizioni meteorologiche. «La loro osservazione ha due grandi applicazioni – risponde il ricercatore – in primo luogo, i modelli numerici che sono usati per produrre le previsioni meteorologiche necessitano di un input. In particolare, necessitano di sapere con estrema accuratezza le condizioni dell’atmosfera correnti per poter produrre una previsione efficace.

La ricerca negli anni ha dimostrato come piccoli errori nella misurazione delle condizioni correnti dell’atmosfera possano rapidamente causare la perdita di qualsiasi accuratezza nelle previsioni prodotte da questi modelli». Sapere le condizioni di oggi, insomma, ci permette di prevedere con più efficacia quelle del futuro. Ma non solo: «Il clima è comunemente definito come l’evoluzione dell’atmosfera in una macro-area in un lungo arco temporale. Spesso si guarda all’andamento medio in un intervallo di 30 anni. La qualità delle nostre osservazioni meteorologiche quotidiane determina quindi la qualità e l’affidabilità delle statistiche usate per studiare l’andamento climatico. È per questo importante avere una rete di osservazioni molto fitta nello spazio e continua nel tempo».

E a questo proposito, occorre fare chiarezza sull’espressione “cambiamenti climatici”, entrata ormai nell’uso comune: «Quando parliamo di cambiamenti climatici dobbiamo fare delle importanti distinzioni – avverte Mazza – Possiamo immagine l’andamento del clima come il risultato di un equilibrio energetico tra la radiazione solare che la terra riceve e la radiazione che la terra emette. Questo equilibrio ha delle oscillazioni cosiddette “interne” o “naturali”. Ci sono diversi fattori che hanno causato periodi più o meno caldi nella storia del nostro pianeta. Queste oscillazioni sono solitamente lente e graduali. Ci sono invece oscillazioni che hanno un’origine legata ad attività umane: le emissioni di gas serra dovute al largo uso di combustibili fossili a partire dalla Rivoluzione Industriale hanno alterato questo equilibrio energetico e prodotto un risposta del clima molto più repentina se comparata alle variazioni naturali».

È noto, per esempio, l’innalzamento delle temperature: «Stando alle ultime stime, la temperatura media globale è cresciuta di quasi 1 grado – ricorda lo studioso – Questo numero può sembrare piccolo ma il disequilibrio energetico necessario per alzare la temperatura globale di 1 grado è estremamente grande. Insieme ad un aumento della temperatura abbiamo cominciato ad osservare mutamenti nel livello del mare e una forte riduzione delle calotte polari e nella massa dei ghiacciai montani.

C’è abbondanza di studi scientifici che evidenziano come l’influenza umana abbia contribuito in grande parte a queste mutazioni». Oltre ai fenomeni osservabili dagli “addetti ai lavori”, ci sono diversi cambiamenti riscontrabili anche nella vita quotidiana: «Un cambiamento molto tangibile dalla popolazione è e sarà quello delle precipitazioni – osserva Mazza – Sebbene sia un campo molto complesso in cui la ricerca è pienamente attiva, le ultime proiezioni climatiche mostrano cambiamenti molto importanti. In sintesi, questi vengono spesso definiti così: le zone aride diventeranno più aride, le zone umide più umide. Ci sono dei distinguo molto importanti da tenere a mente. Il bacino del Mediterraneo, per esempio, ha una collocazione geografica che lo rende molto sensibile a questi cambiamenti climatici: la sponda settentrionale si trova al confine tra regimi umidi/temperati e regimi più aridi/caldi.

Secondo gli ultimi studi è molto probabile che anche le aree settentrionali vedranno una transizione verso un regime più arido. Questo potrebbe avere grandi conseguenze per la gestione delle risorse idriche ad uso domestico e agricolo». Spostandoci dall’altra parte del mondo, invece, spesso si parla di modifiche nel “comportamento” degli uragani dovuti ai cambiamenti climatici. Mazza, la cui ricerca si concentra proprio nel settore, è cauto: «La connessione tra cambiamento climatico e cicloni tropicali è uno dei punti più dibattuti dai ricercatori nel nostro campo – spiega – Ci sono diverse fonti di incertezza.

Gli uragani passano gran parte della loro vita in mare aperto, per questo sappiamo relativamente poco riguardo al numero di tempeste, la loro intensità e la loro posizione geografica nel periodo precedente all’arrivo dei satelliti meteorologici (pre 1960). Questa incertezza non ci permette di conoscere appieno le variazioni dell’attività di uragani dovute alle oscillazioni naturali del clima e non ci permette di stabilire se ci sia già in atto qualche forma di mutamento nella loro attività». Per esempio, spesso si sente dire che i cicloni stiano diventando più frequenti. «Al momento, in particolare per il bacino dell’Oceano Atlantico, non abbiamo sufficiente evidenza empirica che ci sia in atto un aumento nel numero di cicloni tropicali – precisa il ricercatore – Gli studiosi in questi anni hanno anche utilizzato dei modelli numerici molto simili a quelli utilizzati per fare le previsioni meteorologiche per studiare la risposta degli uragani dovuta all’emissione di gas serra.

Al momento possiamo dire che non esiste un segnale chiaro e inconfutabile: sappiamo che con buona probabilità gli uragani saranno associati a precipitazioni più intense e che l’aumento del livello del mare causerà inondazioni costiere più gravi. Il report dell’IPCC (il “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico”, ndr) inoltre suggerisce che probabilmente gli uragani di intensità più alta diventeranno leggermente più intensi mentre le tempeste più modeste non subiranno un aumento di intensità e di frequenza».

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