L’agonismo tra i bambini: il pericolo sono gli adulti

L’agonismo tra i bambini: il pericolo sono gli adulti

21 Marzo 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Il tema dell’agonismo tra i bambini è uno di quelli definiti caldi. Il dibattito coinvolge tutti coloro che ruotano intorno ai bambini: genitori, allenatori, arbitri, società e tifo. Il dato principale è che non esiste lo sport senza agonismo. La competizione, quella sana, è naturale. La vittoria, il voler fare meglio degli altri giustifica lo sforzo, prima di tutte le altre motivazioni su cui si deve riflettere: salute e cura del corpo.

Guardando i bambini giocare, si nota senza difficoltà come si mettano in competizione da soli in quel frangente. Si divertono attraverso la sfida. Alla fine è questo che deve essere lo sport tra i bambini (ma in realtà anche tra gli adulti), divertimento, ma educativo. L’agonismo insegna a vincere, rispettando l’altro, ma anche a perdere, capendo che dalle sconfitte si deve migliorare senza abbattersi. Non tutti i bambini poi sono uguali. Ci sono bambini più portati per attività sedentarie, chi per attività di studio, chi per lo sport. Ci sono i super bambini così come ci sono i bambini un po’ meno fortunati che non riescono ad emergere. Il vero danno è quando gli adulti vogliono mettere ruoli ai propri figli che non hanno: quello può generare nei bimbi dei forti complessi sia di inferiorità sia di incapacità di raggiungere obiettivi che altri hanno prefissato.

Spesso è l’agonismo dei genitori a ledere i figli nelle prestazioni e nell’approccio verso lo sport. Costringere un bambino ad uno sport che non è nelle sue corde è male, così come è necessario trasferire loro l’importanza del cadere e poi rialzarsi, l’importanza di porsi obiettivi, l’importanza di avere dei “miti” da emulare, così come la capacità di accettare i propri limiti. Le cronache locali sono piene di comportamenti scorretti da parte dei genitori verso i propri figli oppure gli avversari. Cose che avvengono anche tra i pulcini, spesso. Nessuno sport è immune. Calcio, pallavolo, basket, ma anche quelli individuali come ginnastica artistica, nuoto o le arti marziali. I genitori si rendono protagonisti a volte cercando di sostituire l’allenatore e di portare all’esasperazione quello che dovrebbe essere un momento ludico per il proprio figlio.

Qualche tempo fa sui social si era diffuso in maniera virale un post di Andrea Schenal, tecnico del Comitato Veneto della Federazione Italiana Sport Invernali. “Fate solo i genitori, basta e avanza”. Schenal aveva aperto il dibattito riprendendo il consiglio del mental coach Giovanni Gabrielli: “Essere un genitore è una situazione ad alta emozionalità sia che il figlio/a abbia 5 anni o 25 anni. Si è tentati di cercare nei figli quello che non si è stati; molto spesso però i genitori si trasformano da primi tifosi a esseri urlanti e nervosi che se la prendono con tutti, in primis con gli allenatori e poi con i figli stessi. È normale sentire l’adrenalina della vittoria e la tristezza per una sconfitta, ma un genitore deve rimanere sempre e solo un genitore, un tifoso e null’altro. In Italia, a differenza di quanto avviene nel mondo anglosassone, il genitore non è solo un genitore, ma pretende spesso di interpretare il ruolo di capo allenatore, direttore sportivo, preparatore atletico, fisioterapista, mental coach e giornalista, tutti ruoli che necessitano di una preparazione specifica e di una esperienza concreta”.

Dai consigli alle grida, si perde l’aspetto più importante, quello ludico. Si è letto di genitori arrivati alle mani durante il match dei ragazzini, che stupiti si fermavano a guardali. Oppure insulti e cori riferiti agli avversari e all’allenatore. Ci chiediamo da dove arrivino certi comportamenti scorretti all’interno degli stadi. I nostri comportamenti hanno le radici sempre negli esempi da cui arriviamo e in cui siamo cresciuti.