Lo sport rende redditizi: ecco che arriva l’ora obbligatoria al lavoro

di Deborah Villarboito –

La Svezia, come i Paesi scandinavi in genere, regala sempre delle perle di innovazione sociale, anche se a volte controverse. Secondo un sondaggio del 2014 di Eurobarometro il 70% degli svedesi svolge almeno un’ora di attività fisica a settimana. Questa tendenza si riscontra anche nel mondo del lavoro. Alcune aziende obbligano infatti i loro dipendenti a fare sport per un’ora ogni 7 giorni. Fare sport è importante e molto spesso si utilizza la scusa del lavoro per non muoversi. In Svezia hanno deciso di eliminare il problema: aziende obbligano infatti i loro dipendenti a fare sport per un’ora alla settimana.

Di dubbia utilità per quanto riguarda il raggiungimento della forma, poiché un’ara alla settimana è un po’ pochino, però indica una predisposizione dell’azienda verso il dipendente. Se questo non vuole fare ginnastica per conto suo, la deve fare comunque per il posto di lavoro. Corsa, yoga, ginnastica all’aperto o palestra. Ciò che contra è prevenire i disturbi di salute e al tempo stesso ridurre lo stress dei propri lavoratori. Pioniere in questo settore è la Bjorn Borg, fondata dal leggendario campione di tennis svedese, e che vende abbigliamento sportivo.

Inoltre, lo sport in orario di lavoro genera benefici sia per i dipendenti sia per i datori di lavoro, migliora la produttività, la concentrazione, crea spirito di gruppo e fa calare le assenze per malattia. Un altro dato è stato che sono sempre più numerosi i lavoratori che si iscrivono in palestra per cercare di contrastare i danni causati dalle ore trascorse seduti davanti ad una scrivania, o che mostrano in generale interesse nei confronti della salute del proprio corpo.

Uno studio dell’Università di Stoccolma, che promuove lo svolgimento di attività fisica proprio durante l’orario di lavoro ha confermato quanto appena detto. Tra i vantaggi evidenziati dai ricercatori: maggiore coesione di gruppo, assenteismo ridotto del 22% e produttività in salita di circa il 12%. Lo sport può aumentare il business, oltre a far star bene.

L’idea però di poter perdere il lavoro rifiutando questo obbligo lascia perplessi. Intacca quella che è la libertà personale di decidere o meno della propria libertà di fare sport o meno. Se da un lato sembra essere una decisione all’avanguardia, dall’altra risulta un’imposizione. Normale per un ex tennista come quello che l’ha proposta, ma non nelle corde di tutti coloro che non sono stati educati allo sport e che possono vedere nell’iniziativa un obbligo bello e buono. Così facendo si rischierebbe di avere un effetto contrario, creando più stress e malumori ai dipendenti. Staremo a vedere cosa succederà nella civilissima Svezia.

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