Nuova Zelanda: c’è una sola risposta possibile al terrorismo

di Martina Cera –

Hello, brother.
Buongiorno, fratello. Sono state queste le ultime parole pronunciate da Daoud Nabi, settantuno anni di cui trenta vissuti in Nuova Zelanda. Nabi era il presidente della sezione locale della Afghan Refugees Association e uno degli uomini più attivi della moschea di Christchurch, Nuova Zelanda. È stato la prima vittima del suprematista bianco Brenton Tarrant, che nella giornata di venerdì ha ucciso 41 persone nella moschea di Al Noor. Mentre Tarrant, armato di fucili semiautomatici e di una mitragliatrice irrompeva in moschea, un altro uomo, in motorino e coperto da un casco integrale, faceva fuoco sui fedeli radunati al centro islamico di Linwood Avenue e uccideva altre otto persone.

Secondo gli inquirenti la portata dell’attentato avrebbe dovuto essere molto maggiore, con l’esplosione di alcuni ordigni installati nei giorni precedenti in città, ordigni che sono stati fatti detonare dalle forze di sicurezza locali. La dinamica dell’attacco terroristico, sia nella preparazione che nelle modalità, ricorda molto quella dell’attacco messo in atto da Anders Breivik il 22 luglio 2011 in Norvegia.

La linea che unisce Brenton Tarrant ad Anders Breivik è quella del terrorismo di estrema destra, con legami internazionali che spaziano dai Knight Templar, gruppo di estrema destra inglese, alle truppe filonaziste che combattono nel Donbass contro le milizie delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk. Nel manifesto di rivendicazione intitolato The great replacement, la grande sostituzione, Tarrant individua nei più classici bersagli delle nuove destre e dei partiti neofascisti i nemici da sconfiggere: parla di “genocidio dei bianchi”, fa largo uso di teorie del complotto, accusa le politiche migratorie degli anni più recenti di essere responsabili della riduzione dei tassi di fertilità europei e promuove la necessità di “tornare a fare almeno due figli per donna”. Nelle oltre settanta pagine di manifesto Tarrant individua in alcune figure politiche come la cancelliera tedesca Angela Merkel e il sindaco di Londra Sadiq Khan, “i grandi nemici”, mentre manifesta tutto il suo appoggio a Donald Trump, “simbolo della rinnovata identità bianca”.

È importante, per chi scrive, soffermarsi non tanto sul tentativo da parte del terrorista di rendere il più mediatico possibile l’attacco, non solo con la pubblicazione della rivendicazione su Twitter, ma anche attraverso la diretta Facebook con cui ha ripreso la strage, quanto piuttosto sul modo in cui le autorità neozelandesi hanno deciso di opporvisi. Fin da subito, infatti, le forze di sicurezza hanno chiesto a giornali e cittadini di non diffondere il video dell’attentato attraverso i canali social – richiesta inizialmente disattesa anche da alcuni quotidiani anche italiani, che poi hanno deciso di rimuovere la diretta a seguito delle proteste dei lettori, mentre la premier neozelandese ha deciso di non nominare più il nome del responsabile.

“Con il suo atto terroristico cercava molte cose, e tra queste la notorietà”, ha dichiarato davanti al Parlamento convocato in seduta straordinaria. “Per questo non mi sentirete più nominarlo. È un terrorista, un criminale, un estremista. Quando ne parlerò, non dirò il suo nome”.

Una presa di posizione forte, che va di pari passo con la decisione di vietare le fiera nazionale delle armi il 23 marzo e con l’annuncio di una stretta sul commercio stesso.

L’idea che ad una proliferazione delle armi non corrisponda un aumento della sicurezza, così come la decisione di definire come tale l’attentato terroristico senza dare spazio alla narrazione che contempla l’esistenza di stragi di serie A e di stragi di serie B, dimostra che un’altra visione è sempre più necessaria, soprattutto in un momento storico in cui generare paura è diventato molto più semplice che richiamare alla fratellanza.

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