Oney Tapia: il guerriero sorridente dell’atletica paralimpica

di Deborah Villarboito –

Oney Tapia è una reale forza della natura. Classe 1976, ha cominciato a vivere diverse volte negli anni. La vita ci regala nel bene e nel male sorprese e imprevisti che possono cambiare il nostro destino. Oney è la prova vivente che questi nuovi inizi possono prendere la piega dei nostri sogni. Originario de L’Havana, ormai è cittadino italiano a tutti gli effetti. Nel 2003 si trasferisce in Italia e continua la sua vita all’insegna dello sport. Nel 2011 un nuovo inizio, anche se potrebbe sembrare la fine: un incidente sul lavoro lo rende cieco. Personaggio carismatico e amato, ci ha regalato emozioni, come l’argento di Rio 2016 nel lancio del disco. Si racconta a noi con la simpatia e il calore che lo caratterizzano.

Una vita per lo sport, lo hai sempre praticato. Che cosa è per te?

Per me lo sport è vita, libertà, salute, gioia e amore. È la fonte in cui riesco a trovare la mia dimensione, dove posso esprimere le mie potenzialità e capacità, la mia intelligenza. È un sistema anche per trovare il modo di condividere una specialità e di fare gruppo, per tirare fuori il carattere. È anche educazione, perchè bisogna avere rispetto per le persone che hai davanti e per il mondo a cui ti approcci.

Sei di origine cubana, perchè ti sei trasferito in Italia? Cosa ti piace di questo Paese di sei cittadino?

L’importanza dell’immigrazione è riuscire a trovare quello che nel tuo Paese non hai e non che non ti riesce ad offrire. Ad esempio, io qui sono riuscito a farmi una famiglia, ho trovato delle persone molto in gamba che mi hanno dato una mano. Ho trovato accoglienza e tanto calore. Mi sono anche adattato alle cose nuove che mi sono costruito. Nel mio paese di origine molte non le avevo, qui mi sono dovuto arrangiare. Ho iniziato ad apprezzare tutto: la montagna, il lago, il fiume, il clima, la cultura, le persone. Ho dovuto ricominciare a prendere queste cose belle, che mi fanno amare l’Italia.

La vita prima e dopo l’incidente. Quanto è cambiata?

Questo tipo di cambiamenti nessuno se li aspetta. La mia prima era una vita normale come quella di tutti i cittadini. Ero assorbito dalle cose che ci fanno perdere un po’ la testa, come lo stress, il lavoro, la pressione dello sport…non avevo neanche tanto tempo per riflettere sulle cose. La vita era molto veloce e spesso a fermarti a riflettere solo su un pezzo ti sfuggono tutti gli altri. L’incidente mi ha fatto capire che è importante anche riflettere e fermarsi. Prima andavo in giro come un matto e gli ostacoli li buttavo giù. Ora invece che non ci vedo, mi fermo prima. Butto giù l’ostacolo comunque ma in maniera diversa, più positiva, sento anche di scavalcarlo. Rifletto su ogni passo, su ogni cosa che devo fare, ragiono sulle parole che devo dire. Costruisco le mie giornate sul ragionamento, cosa che prima non facevo. Il dopo incidente mi ha aiutato moltissimo ad ascoltare a guardare in maniera diversa, a sviluppare attraverso l’immaginazione delle idee e a parlare in maniera diversa. Ad essere più flessibile, molto più elastico e ad impegnarmi molto di più, poiché non vedendo mi devo impegnare il doppio. Voglio raggiungere i miei obiettivi. Voglio allenarmi, lavorare, scrivere, ballare, quindi la concentrazione aumenta. Sì, mi ha cambiato per bene.

Come mai dopo aver provato diverse discipline ti sei specializzato nei lanci dell’atletica?

L’atletica è arrivata un po’ così, non è uno sport che avrei fatto in vita mia. È arrivata per caso perchè proprio la mia società mi ha chiesto di partecipare a Siracusa per la Coppa Italia di lanci. Ho partecipato vincendo il titolo italiano e facendo il record nel disco, lo stesso nel peso (ma senza record). Nel 2014 quindi è iniziata questa avventura con il disco. In Italia nessuno lanciava così in questa specialità, quindi si è prospettata l’opportunità di poter partecipare ad un mondiale. Con il tecnico di lanci Guido Sgherzi ho intrapreso un percorso, nuovo anche per lui che non aveva mai avuto un atleta non vedente. Si è costruito tutta una struttura per riuscire a farmi lanciare il disco. Da lì è nato il mio odio e amore per il disco.

Un’escalation di successi: che cosa è per te gareggiare per la Nazionale?

Per me gareggiare per la Nazionale italiana è farlo per la mia famiglia, poiché ormai l’Italia è la mia casa. È gareggiare per i miei fratelli, per dimostrare anche alle persone che non ci credono che si può. Per me, per acquistare sempre più forza in me stesso. Gareggiare con gli azzurri per me è un onore. Un piacere rappresentare non solo la mia bandiera di nascita, ma anche quella di adozione, che però distendo e rappresento come se fosse la prima.

L’argento di Rio: Che emozione è stata? Avresti mai pensato nella tua vita di stringere tra le mani una medaglia olimpica?

Non l’ho mai pensato, perchè prima giocavo a rugby e baseball. Avrei voluto partecipare ad una Olimpiade, ma questo sogno era scomparso, nascosto sotto la polvere e le ragnatele. Non ci sarei mai riuscito. Una volta cieco, però è tornata questa opportunità di trovare la mia dimensione grazie allo sport, trovandomi anche in questi palchi europei, mondiali e olimpici. Mi hanno dato la possibilità di riprendere quel sogno che avevo lasciato nascosto sotto la polere. Ogni giorno con la medaglia in mano penso che questo traguardo lo devo cambiare e migliorare, cambiandogli colore…Chi vivrà, vedrà!

Sei stato soprannominato il guerriero. Da dove arriva la tua forza di ricominciare sempre nonostante tutte le esperienze anche difficoltose a cui la vita ti ha messo di fronte?

Mia madre da piccolo mi ha sempre detto che ero un guerriero. Sempre in movimento e agitato. A dodici anni sono sopravvissuto alla meningite, quando un paio di miei coetanei non ce l’avevano fatta. La voglia di scoprire e avventurami nella novità, mi ha portato ad essere la persona che sono. A prescindere dall’incidente, sono caratteriste che hai oppure no.

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