CTE: quando la salute va a discapito della spettacolarità sportiva

di Deborah Villarboito –

Il dottor Bennet Omalu è un patologo forense specializzato in neuropatologie. Nigeriano, lavora in una clinica forense di Pittsburg. Agli inizi del 2005 il Dottor Omalu incappa in strane morti di giocatori di Football Americano. Decide di investigare facendo analisi approfondite su quelle strane morti; ed è così che un patologo forense di Pittsburg porterà alla luce una delle più recenti scoperte scientifiche in fatto di neuropatologie. Il dottor Omalu scopre e analizza la CTE: Encefalopatia Cronica Traumatica, conosciuta anche come “demenza del pugile”, e da quel momento in poi inizierà la sua battaglia a favore della pubblicazione della sua scoperta. Scoperta messa in ridicolo e fortemente ostracizzata dalla National Football League che si sente fortemente minacciata dalla scoperta. La sua storia era tornata alla luce dopo l’uscita nelle sale del film “Zone d’ombra” con protagonista Will Smith nella parte del dottor Bennet Omalu. Film denuncia che descrive in maniera più o meno romanzata le vicende del suddetto dottore e delle sue battaglie contro un colosso del business americano, quale è il football.

Questa patologia può insorgere anche diversi anni dopo il ritiro dalla pratica e ha carattere progressivo, cioè va peggiorando col tempo. Secondo le ricerche effettuate da diverse università stutunitensi esistono tre possibili stadi della malattia. Nel Primo Stadio, i pazienti mostrano un calo dell’attenzione, mancanza di concentrazione, amnesie, sbalzi d’umore e piccoli disturbi affettivi. Nel Secondo i malati denunciano un peggioramento delle amnesie e dell’instabilità comportamentale, confusione, disorientamento. Nel Terzo presentano una forma grave di demenza, difficoltà a capire le cose, problemi di linguaggio, tremori, rallentamento dei movimenti, sordità, paralisi e vertigini. Attualmente una commissione della National Institutes of Healt ha appena concluso un nuovo studio sulla malattia. I dati sono inquietanti 34 giocatori di football su 35 sono a rischio. È incredibile che l’American Football Legue e soprattutto, lo stato americano, abbiano preso ben poche precauzioni per proteggere i giocatori da questa piaga. Le uniche iniziative sono state del resto finanziare la ricerca nel campo biomedico e ingegneristico e aumentare gli stipendi dei giocatori professionisti. Ma nessuno neanche per un momento si è immaginato di affermare che il football o il pugilato vadano fermati.

Non solo football, ma anche pugilato. Il cervello è una massa gelatinosa e delicatissima,  racchiuso in una robusta scatola, il cranio, proprio per proteggerla il più possibile. Il cervello è fissato al cranio da vasi sanguigni e da nervi. L’ ancoraggio è relativamente elastico per consentire l’ assorbimento di colpi, purché non eccessivi. Ma i pugni al volto in genere lo sono. Il diretto fa oscillare la massa cerebrale, anzi la fa sbattere da una parte all’altra del cranio. Nell’urto possono avvenire quelle rotture di vasi che provocano l’ ematoma, il versamento di sangue all’interno della scatola cranica che comprime certe zone dell’encefalo, provoca paralisi e coma. I diciassette professionisti morti per boxe negli ultimi trent’anni sono in genere finiti in coma irreversibile, che è sinonimo di morte cerebrale, o meglio di morte tout court, perché dal coma profondo non risulta sia mai tornato alcuno.

Al danno immediato si aggiunge quello a lungo termine, che si manifesta con l’avanzare dell’età. All’esame necroscopico il cervello del pugile ‘ suonato’ – o, come dicono i medici, “affetto da demenza pugilistica” – assomiglia a quello di un malato di Alzheimer. Presenta cioè una analoga perdita di materia grigia e simile deterioramento cellulare. Danni altrettanto gravi subiscono l’ occhio e l’ orecchio. Per questo la British Medical Association, l’ associazione dei medici inglesi, conduce dal 1982 una campagna per l’ abolizione della boxe. La difesa dei sostenitori del pugilato è che anche altri sport sono pericolosi per il cervello e nessuno si sogna di vietarli. Giusto: chi scia o chi gioca a rugby può picchiare la testa. Il pugilato resta però l’ unico sport in cui i contendenti si propongono esplicitamente di danneggiare il cervello l’ uno dell’altro: la vittoria, sia essa per knock-out o ai punti, si ottiene ottenebrando l’ avversario attraverso il maltrattamento dei suoi neuroni.

I medici inglesi insistono dunque nella crociata per chiudere i ring. In attesa che una legge in tal senso passi in parlamento, chiedono che almeno le cronache televisive degli incontri siano accompagnate, come si usa sui pacchetti di sigarette, da una avvertenza sull’offesa al cervello rappresentata dalla boxe. E formulano una serie di raccomandazioni, tra cui un migliore monitoraggio post-combattimento. Attualmente i pugili si presentano al peso con poco anticipo sull’incontro e, se ai limiti, cercano di far scendere l’ ago della bilancia con una forte disidratazione, condizione questa che può rivelarsi perniciosa nel successivo match. Anche i tempi tra un incontro e l’ altro andrebbero allungati, non solo per il pugile che ha subito il ko ma anche per quello vittorioso, che ora può tornare a combattere, chissà perché, dopo un brevissimo intervallo. Ma è chiaro che tutte queste misure sarebbero soltanto dei palliativi.

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