La determinazione di Davide: il taekwondo come passione che realizza i sogni

di Deborah Villarboito –

Quando una persona trova la sua dimensione sportiva, nulla può fermarlo. Gli allenamenti diventano fondamentali, non solo per la forma fisica ma per la vita di tutti i giorni. I progressi creano dipendenza e si sogna, pure in grande. Davide Piero Spinelli è l’esempio di ciò. Classe ’87, residente a Gallarate, nasce con una disabilità fisica all’arto superiore sinistro. Nulla però può fermare la determinazione di un sognatore. Trova il suo sport, ma dopo un po’ è bloccato da un grave infortunio. Nulla lo spezza, si riprende e arriva addirittura in Nazionale con cui partecipa a due campionati europei in Bulgaria e a un campionato del mondo in Turchia, oltre all’essersi laureato per due anni di fila (2017-2018), campione italiano agli assoluti di parataekwondo nella sua categoria, il K44 +75kg.

Appassionato da sempre di sport di combattimento, da bambino ha scoperto il taekwondo per caso: «Mi sono appassionato attraverso il video game “Tekken”. Sono sempre stato un patito di arti marziali e combattimento, nello specifico di pugilato, che però non potevo praticare per ovvi motivi – racconta Davide – Fin da bambino mi ha attratto l’agonismo che ci mettono gli atleti nell’affrontare l’incontro. Nel periodo delle medie, intorno ai 12 anni, giocando proprio a Tekken 3, all’epoca uno dei giochi nuovi appena usciti, tra i personaggi, scoprii che ce n’era uno che usava solo ed esclusivamente i calci: rimasi colpito. Dentro alla confezione del gioco, c’era un manuale che spiegava le caratteristiche di ogni personaggio e lessi per la prima volta la parola taekwondo. Da lì un chiodo fisso, parliamo di 20 anni fa. Non c’era tutta la mediaticità che c’è adesso e non era facile fare ricerche, quindi mi è stato precluso per un po’ di tempo all’inizio».

Nel 2008, poi, in un momento di noia, associando su google le parole “taekwondo” e “Gallarate” venne fuori il nome della palestra del suo attuale maestro Stefano Cornacchia. Iniziò il 4 febbraio del 2009, il giorno del suo compleanno, e da lì non ha più smesso. «Già l’idea di poter fare arti marziali, per me era un traguardo. Una passione “auto ispirante”: l’idea di poter fare, mi spronava a fare bene, e questo di conseguenza a dare il meglio. Un incitamento di me stesso a livello esponenziale insomma, una crescita continua. Tutto ciò pur sapendo di non poter combattere agonisticamente, all’epoca non c’erano sbocchi. Finiva tutto con il semplice allenamento, ma ero già contento di quello – continua l’atleta – Nel 2011 ho fatto il mio primo combattimento con i normodotati in una gara ufficiale, perchè non esisteva ancora un approccio paralimpico. Arrivai secondo, perdendo contro il mio compagno di squadra in finale. L’idea di essere su un tatami a combattere e a confrontarmi, a prescindere da tutto, è stato al quanto appagante ed emozionante».

Gli imprevisti però sono dietro all’angolo e Davide è costretto a fermarsi a causa di un grave infortunio per più di un anno, con la possibilità di non riuscire a camminare se non aiutato con un bastone. A detta dei medici, lui però non era d’accordo: «Nel 2015 mi sono rotto il ginocchio in maniera molto grave. Praticamente avevo la gamba da buttare via: l’ortopedico mi disse semplicemente che sarebbe già stato tanto se a 30 anni sarei tornato a camminare e nel caso con il bastone come supporto. Durante la convalescenza, l’idea di lasciare il taekwondo mi faceva male. Il mio chiodo fisso, durante la riabilitazione, era che dovevo tornare a camminare. Non importavano il dolore e il sacrificio. Ero maledettamente convinto di quello che volevo e quindi sono andato per la mia strada – racconta – Sono tornato in palestra dopo più di un anno. Con la minaccia dei medici che mi dicevano che nel caso di un nuovo infortunio, non avrei più recuperato. Non ho sentito ragioni e la mia idea era questa: mi alleno, faccio una gara, non importa la sua importanza. Ciò che conta è salire sul tatami e gareggiare, per poi ritirarmi come atleta e seguire la via del coach. Era un riscatto motivazionale, per dimostrare a quelli che dicevano che non ce l’avrei fatta che si sbagliavano».

Davide fa molto di più, complice una rivoluzione all’interno del suo stesso sport. Nel 2017, la svolta nella Federazione: ai Campionati Italiani di Bari l’inserimento per la prima volta del taekwondo paralimpico e nello stesso saltò fuori anche un raduno a Roma in cui vennero chiamati tutti gli atleti paralimpici: «Quando varcai le porte del Centro Olimpico rimasi a bocca aperta e mi risuonavano in testa ancora le parole dei dottori. Essere lì nonostante tutto mi rendeva incredulo. Dopo un allenamento alquanto intenso, quasi mi ricordava le grandi manovre da militare, la selezione. Mi diedero la maglia azzurra e ancora oggi se ci ripenso sono incredulo. È un’emozione che mi porterò dietro per tutta la vita».

Davide Piero Spinelli non ha dubbi nel concludere, vista la sua esperienza, che «La possibilità per tutti quanti di poter fare taekwondo credo che sia una grande opportunità anche a livello personale di autodeterminazione. Immaginiamo una persona che è stata spesso denigrata e che ha sempre sottostimato se stessa. Inizia ad andare in una palestra ad allenarsi fino ad arrivare a disputare dei campionati: è una chance a livello umano non indifferente». Opportunità che vanno a braccetto con i sogni che non si assopiscono mai: nella mente di Davide, oltre al continuo perfezionamento nel taekwondo, un altro desiderio, che chissà potrebbe concretizzarsi con Parigi 2024: le Paralimpiadi.

Rispondi