L’ennesimo voto su Brexit mette in luce la vulnerabilità del Regno Unito

L’ennesimo voto su Brexit mette in luce la vulnerabilità del Regno Unito

28 Marzo 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Lo scorso 23 marzo centinaia di migliaia di persone hanno manifestato nel centro di Londra per chiedere un secondo referendum al grido di “Put it to the people”, fate scegliere la gente. Nei due giorni precedenti il Consiglio europeo aveva concesso una proroga alla data prevista per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, prendendo così atto della lettera inviata dalla premier Theresa May il 20 marzo con cui il capo del Governo chiedeva formalmente di posticipare Brexit dal 29 di marzo al 30 di giugno.

L’assemblea ha deciso di accettare ad una condizione: che il Parlamento inglese approvi il recesso entro e non oltre questa settimana. In caso contrario la proroga verrà estesa solo fino al 12 di aprile, data in cui con o senza accordo la Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea. Nel caso in cui non venga presentato un piano d’uscita a Bruxelles si realizzerebbe il no deal: l’uscita senza accordo che, diversamente da quanto accade con gli altri elementi del negoziato, viene paventata dall’intero arco parlamentare per le sue conseguenze imprevedibili, ma di forte impatto soprattutto sull’economia del Paese.  

Lunedì, tuttavia, la premier britannica ha subito un’altra pesante sconfitta. I deputati sono stati chiamati a votare su un emendamento che darà al Parlamento la possibilità di organizzare una serie di votazioni su una proposta di negoziato. Con 329 voti a favore e 302 contrari i parlamentari hanno deciso di approvare l’emendamento proposto da un deputato eletto con i Conservatori, il partito politico della premier che prima del voto ha espresso la sua contrarietà su questa iniziativa, arrivando a dire che il Governo non avrebbe considerato in nessun modo vincolanti le proposte avanzate in Parlamento.

Questa nuova votazione, alla luce della proroga che Bruxelles ha deciso di concedere a Londra, crea un nuovo e inaspettato precedente. Se da un lato la paura che la proposta del Parlamento, che non potrà che essere il risultato di un accordo tra Laburisti e Conservatori moderati, potrebbe mettere a tacere una volta per tutta le opposizioni interne al partito della May e sbloccare il voto su un negoziato già bocciato due volte, dall’altro il rischio che questo accordo diventi carta straccia è reale. A minacciare i lavori portati avanti insieme a Bruxelles finora vi è, senza dubbio, il fattore temporale. L’avvicinarsi delle elezioni europee, previste per il 23 maggio, rende indispensabile il raggiungimento di un accordo. L’elezione di una nuova assemblea porterebbe all’annullamento dei negoziati raggiunti finora e alla necessità di ridiscutere nuovi termini per l’uscita del Regno Unito, prolungando una situazione di stagnazione che non giova né al Paese né all’Unione Europea.

Il rischio che il Parlamento decida di accordarsi su una soluzione che il suo Governo ritiene inaccettabile, come l’eventualità di un secondo referendum o quella di mantenere legami più profondi con l’Unione Europea percorrendo quindi la via della Brexit “morbida”, è elevato.

L’approvazione dell’emendamento parlamentare non fa altro che confermare l’idea, già messa in evidenza da numerosi analisti internazionali, che il Regno Unito – dai semplici cittadini a coloro che li rappresentano, non abbia mai avuto una visione organica sul post-referendum. Questo, a fronte di un’Europa sempre più divisa a causa dell’imminente scontro elettorale e non solo, fa sì che il Paese sia percepito come vulnerabile e sempre più isolato dai partner e dagli avversari in politica estera, con conseguenze dirette anche sull’Unione Europea.