Mai contro cuore: si chiama così, questa rubrica

Mai contro cuore: si chiama così, questa rubrica

28 Marzo 2019 0 Di il Cosmo

di Sabrina Falanga –

Mai contro cuore: si chiama così, questa rubrica.

Un nome – ispirato dallo scrittore Bisotti – che nasce per raccogliere e raccontare storie d’amore. No, non solo quelle a cui si può istantaneamente pensare, quando si parla di storie d’amore. Perché l’amore è ovunque, perché possiamo iniettare d’amore ogni cosa che facciamo, ogni scelta che prendiamo.

Quando questa rubrica è nata, è stata data ai lettori l’opportunità di raccontare la propria storia e alcune e-mail sono giunte. Quella di seguito, è una di queste.

PER AMORE VAI CONTRO TUTTI, MA NON CONTRO TE STESSO

Mi piace pensare che lei sia la mia Lucia e io il suo Renzo. La nostra è una vita ordinaria, senza alcuna straordinarietà meritevole di grandi titoli di giornale. Ma la nostra eccezionalità sta proprio lì, nel condurre una vita di cui siamo felici anche dopo ventitré anni di matrimonio: felici, nonostante tutto. Sì, nonostante tutto perché per poterci amare abbiamo dovuto fare delle scelte dolorose, che ancora oggi appesantiscono una parte dell’anima ma che rifaremmo, se dovessimo tornare indietro. Solo oggi trovo il coraggio di raccontare la nostra storia. O, forse, solo oggi confesso a me stesso di averne bisogno.

Conobbi Stefania durante gli anni dell’Università, sebbene lei frequentasse ancora l’ultimo anno di Liceo: si era trasferita a Torino da un anno, insieme alla sua famiglia, e la incontrai in Università durante una mattinata di orientamento per le scuole. La sua classe era quella che avrei dovuto accompagnare personalmente, nel percorso di scoperta dei corsi offerti e dei locali dell’Ateneo.

Mi colpirono le sue domande, il suo modo di fare: era timida, ma esprimeva pienamente il suo bisogno di far emergere la sua personalità.

Mi appostai per mesi davanti alla sua scuola, cercando il coraggio di fermarla, di salutarla, di parlarle. Mesi. Lo fece lei, un giorno: mi riconobbe e, superando il suo imbarazzo, mi venne incontro.

Ci scambiammo i numeri di telefono, riferendoci ovviamente al fisso, che rimandava direttamente alla postazione casalinga: fu lei a chiamarmi per prima e quando mia madre rispose al telefono sembrava felice di aver scoperto che suo figlio aveva interesse per qualcuna, che dai modi di parlare, disse mia madre, sembrava anche una “brava ragazza”.

Una gioia che durò poco.

Solo qualche settimana dopo quella telefonata, proprio mentre io e Stefania iniziavamo a vederci dopo la scuola, pomeriggi in cui ci aiutavamo a vicenda a studiare, mia madre e mio padre mi vietarono di continuare a frequentarla. Non mi diedero spiegazioni, nonostante io le chiesi loro insistentemente. Continuai a pretendere delle motivazioni alla loro imposizione, fino al giorno in cui mio padre ebbe una reazione violenta nei miei confronti per obbligarmi a non fare più domande e a “obbedire e basta”.

Una situazione che, dentro di me, non accettai.

Continuai a vedere Stefania di nascosto, obbligato a dimezzare i pomeriggi passati insieme perché per ognuno di essi dovevo trovare una buona scusa. Dopo qualche mese, i miei genitori si convinsero che io e quella ragazza non ci eravamo mai più visti e tornai a frequentarla regolarmente, senza più la necessità di inventare impegni in realtà inesistenti. Fu proprio quello il periodo in cui ci innamorammo, in cui dentro di me divenne matura la consapevolezza che avrei voluto stare con lei per tutti i giorni a venire.

Un pomeriggio di dicembre, mia madre mi pedinò: al ritorno a casa, la seconda reazione violenta di mio padre mi fece capire che mi avevano scoperto e che, da quel momento in poi, avrei dovuto cambiare vita.

Dovevo scegliere: Stefania, che comunque conoscevo solo da qualche mese, o la mia famiglia.

Scelsi il cuore. Non andai “contro cuore” e ancora oggi non lo farei mai.

Chiesi a Stefania di sposarmi, che accettò con gioia: una risposta, la sua, che mise anche lei in difficoltà perché la sua famiglia non era d’accorso sulla sua scelta di sposare un ragazzo sconosciuto, quando nessuno dei due aveva nemmeno finito le scuole. Ma il matrimonio, almeno a quei tempi, era l’unica scelta che avevamo per stare insieme ed eravamo sicuri che sarebbe stato il mezzo per convincere anche i nostri genitori.

Con il tempo, i genitori di Stefania impararono a conoscermi e divenni parte della loro famiglia, dove ancora oggi sento esserci un posto per me.

I miei genitori, invece, non hanno mai accettato la mia scelta e solamente anni dopo venni a sapere che la motivazione era la loro volontà di non “macchiare” il nostro cognome, appartenente alla Torino-bene, unendolo a quello di una famiglia che arrivava dal Sud Italia, composta da persone semplici e cognomi sconosciuti. Una motivazione, questa, che non avrei mai accettato nemmeno se me l’avessero data, ma ancor più, quando l’ho scoperta, non mi sono pentito delle scelte che ho preso.

Solo oggi, sì, trovo il coraggio di raccontare questa storia perché pochi mesi fa, ventitré anni dopo, mi ha contattato un parente su Facebook, scrivendomi che mio padre stava molto male. Inizialmente non volevo saperne nulla, ma è stata Stefania a dirmi che sarebbe stato il mio più grosso rimpianto eterno se avessi fatto finta di nulla. Il messaggio diceva che mio padre voleva vedermi e io ho accettato solo alla condizione di presentarmi con Stefania.

Ventitré anni dopo ho visto mio padre in un letto di ospedale, martoriato dalla malattia. Mi ha implorato perdono ma non avevo perdono da offrirgli, perché non ero arrabbiato: non me n’ero andato di casa per rabbia, me n’ero andato di casa per amore. Avrei voluto rispondergli chiedendogli se era in grado di perdonare se stesso, ma dentro di me so già la risposta: i sensi di colpa giungono quando si va contro il proprio cuore, contro se stessi, per questo io non ero arrabbiato né avevo sensi di colpa. Perché sono sempre stato sicuro delle scelte fatte. Lui no. Lui ha aspettato ventitré anni per fare qualcosa che probabilmente avrebbe sempre voluto fare, ma l’orgoglio ne ammazza più che il cancro.

Mia madre, oggi, continua a non parlarmi. So che un giorno arriverà anche la sua telefonata, io attendo. Nel mentre ai nostri figli insegniamo una sola e unica cosa: felicità fa rima con libertà. Solo chi sceglie liberamente cosa fare della propria vita può essere felice o sarà costretto a vivere solo in punto di morte.