Tim Burton e la rivincita del diverso

di Elisa Torsiello –

In occasione dell’uscita al cinema di Dumbo e del David alla carriera, un excursus nel cinema di Burton

Analizzare l’opera di Tim Burton è un po’ come sfogliare una raccolta di fiabe dai toni oscuri e dark.

Nato il 25 agosto del 1958 a Burbank (California) il regista e produttore si presenta sin da subito come un diretto discendente dei Fratelli Grimm per quelle sfumature grottesche che aleggiano nelle sue storie, e grazie alle quali riesce a colpire – se non sempre, quasi – il cuore dei propri spettatori. Vicino agli inascoltati, ai dimenticati o ai derisi, Tim Burton non ha paura di affiancare a figure stravaganti personaggi straordinari perché letteralmente fuori dall’ordinario. Ad accomunarli un difetto fisico o un atteggiamento bizzarro, considerato tali solo agli occhi di coloro che hanno lo sguardo ricoperto da un manto di indifferenza ed egoismo; un difetto pronto a svestirsi dei suoi caratteri negativi per tramutarsi in un dono eccezionale da sfruttare per rendere i propri sogni realtà.

Lo dimostra la fantasia galoppante di Edward Bloom, alter-ego dello stesso Burton, con cui il protagonista di “Big Fish” sorprende chiunque lo circonda con la forza creatrice della propria immaginazione.

Nell’universo di questo regista anche le più strambe idiosincrasie sono ponti colleganti il cuore dei più puri spettatori; motori empatici dalla forza inesorabile che una volta avviati genereranno legami forti, di amicizia o amore. Un interesse verso i dimenticati e gli “strambi” che risiedeva già in nuce in quel cartone animato di cui Tim Burton compare come uno dei realizzatori, “Red e Toby – Nemiciamici” (1981). Sebbene il suo estro artistico si allontani da bestioline ammiccanti e graziose come quelle disegnate in casa Disney, si ritrova in quegli occhi sinceri e in quel rapporto di amicizia contrastato dal destino, temi come l’emarginazione e la solitudine destinati a ricorrere e reiterarsi sempre, film dopo film, nella sua produzione artistica. La stessa emarginazione e solitudine che si ritrova ad affrontare il piccolo “Dumbo” nell’omonimo live-action pronto a volare nei nostri schermi il prossimo 28 marzo. Nessuno meglio di Tim Burton poteva accogliere questo classico firmato Walt Disney Pictures donandogli freschezza, senza per questo allontanare il polo di interesse principale: il problema del bullismo, delle derisioni e del maltrattamento nei confronti di chi è considerato diverso.

Ma diverso da chi? Dumbo si fa dunque fratello animale e volante di altri e mille freak che abitano l’universo del regista americano: il Pinguino di “Batman”, Edward Mani di Forbici, Ed Wood, il Willy Wonka de “La fabbrica di cioccolato”, Miss Peregrine e i suoi ragazzi speciali. Tutti personaggi diversi eppure così simili per quella ingenuità e che li contraddistingue e che cela una sensibilità nascosta sotto strati di particolarità fisiche o atteggiamenti stravaganti. Stralunati, eccentrici, feriti, romantici, sensibili. Uomini e donne verso cui Tim Burton dona uno sguardo caloroso, ma mai retorico o melenso. Sono personaggi che, nati dalla costola del loro autore, si rivelano nella loro estrosa visione del mondo e per questo non sempre compresi.

È il limite del nostro essere umani: allontanarci da ciò che non riusciamo ad afferrare, comprendere, capire; e così è più facile creare una falsa armatura fatta di scherno e derisione con cui attaccare chi è lontano dalla nostra psicologia e personalità, che affrontare la realtà.

Una presa di posizione e di abbandono che arriva a intaccare anche il nido domestico, e che (specularmente a quanto accade nel mondo di “Dumbo”) trova nella figura del piccolo Pinguino (Batman- Il ritorno) il caso più emblematico: abbandonato nelle fogne di Gotham City per la sua deformità fisica dai suoi stessi genitori l’iconico personaggio interpretato da Danny DeVito si fa simbolo di un’ulteriore ghettizzazione del diverso, confinato nel sottosuolo, nel buio, nelle fogne, lontano dagli occhi di chi, nella loro apparente e bigotta normalità, lo avrebbe altrimenti guardato con orrida sorpresa.

Se il Quasimodo di Victor Hugo viene dunque relegato nell’alto della Cattedrale di Notre-Dame, il Pinguino viene gettato nello sporco – fisico e metaforico – della società pseudo-americana. Costretti alla solitudine, perché incompresi, i colorati personaggi di Tim Burton sviluppano un ricco mondo interiore, fantasmagorico, magico, in netto contrasto con le tonalità cineree del mondo che li circondano. Che siano le proiezioni visive del disagio interiore che essi vivono come in “Sweeney Todd” (non a caso Oscar Wilde chiama l’età vittoriana, una delle più ricorrenti nella produzione cinematografica di Burton, “l’età del lutto”) o il cromatismo speculare di un universo a cui ambiscono di appartenere (un po’ come accade al malinconico Victor ne “La sposa cadavere”, all’intraprendente Alice in “Alice nel paese delle meraviglie” o a Margaret Keane e i suoi dipinti in “Big Eyes”) le diverse tonalità fotografiche si fanno pennellate con cui dar vita non tanto al concetto di realtà, quanto quello di una sua possibilità.

Così come si evince nel suo ultimo film, Burton si riconferma un piccolo bambino racchiuso nel corpo di un uomo di sessant’anni. Un fanciullo con lo sguardo rivolto verso un mondo esterno da leggere sotto forme di fiaba e in cui ricercare non principi coraggiosi e principesse da salvare, ma mostri più sinceri di tutti noi umani messi insieme e nei quali facilmente identificarsi.

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