Donne nell’ovale: la passione di Michela e la storia del 6 Nazioni

di Deborah Villarboito –

Michela Sillari è trequarti cento/ala della nostra Nazionale femminile di rugby. Classe 1993, da quando aveva sei anni calca i prati inseguendo la palla ovale con le altre 14 compagne di squadra. La vittoria del 17 marzo contro la Francia a Padova ha fatto entrare le Azzurre nelle storia: secondo posto nella classifica del 2019 Women’s Six Nations, il miglior piazzamento di sempre per una rappresentativa azzurra nel Torneo. Si sono guadagnate così anche un posto nel World Rugby Women’s Rankings. Notevole traguardo, soprattutto se si pensa che le atlete in questine non sono professioniste e si divido tra allenamenti, studio o lavoro, a differenza dei colleghi maschi professionisti.

Quando nasce la passione per il rugby?

Da bambina, alle elementari, in seconda. È una vita che gioco insomma. Praticavo anche ginnastica artistica. Essendo bambina probabilmente mi sono fatta trascinare da quello che era più il contesto divertente del rugby rispetto un ambiente un po’ più rigido della ginnastica.

Non hai paura di farti male?

Se uno dovesse pensare solo al farsi male e ai lividi, allora dovrebbe chiudersi in una bolla. Anche camminando per strada ci si può fare male. La componente del rischio penso sia un po’ in tutte le fasi della vita. È uno sport “violento”, ma non è come il pugilato ad esempio, che lo vedo più pericoloso. Alla fine nel rugby se uno sa destreggiarsi, magari soprattutto nel mio ruolo, è un po’ più facile evitare il contatto. Può sembrare uno sport violento, ma una volta che uno inizia a giocare si rende conto che non è così, perchè si ha il massimo rispetto per l’avversario e si acquisiscono molti valori fondamentali che vanno al di là dell’ambiente rugbystico. Ti insegna comunque a stare all’interno di un gruppo, di una squadra. È importante anche il fatto di avere un obiettivo condiviso che non sia solo tuo personale, ma che comunque ti insegni a lavorare per il bene degli altri, non solo per il tuo.

Quali sono le difficoltà di essere una rugbysta in Italia?

Sicuramente il fatto di non essere professionista. Io studio, poi c’è magari chi lavora e fare collimare anche la vita privata non è proprio la cosa più facile del mondo, però se uno ha passione può fare qualsiasi cosa.

Che cosa è per te rappresentare la Nazionale italiana?

Vedo la Nazionale, al di là di una grande squadra, come una famiglia. Un esempio: la nostra ex capitana è diventata mamma e i suoi genitori ci hanno sempre seguito finchè ha giocato, ma nonostante ora abbia smesso, loro continuano a venirci a vedere in tutte le partite. Se queste persone si sono affezionate così tanto vuol dire che è avvero forte come legame. Quindi al di là del fatto di rappresentare la propria nazione, è quello di vivere in famiglia.

Che cosa è stato per te e la squadra arrivare seconde al 6 nazioni?

Sicuramente è una grande soddisfazione, perchè tra l’altro in partita ero totalmente inconsapevole che stavamo giocando per il secondo posto. Ero convinta che al massimo potessimo arrivare terze come era già successo. È una cosa che ci ha riempite di orgoglio e ha ripagato tutti i sacrifici che sono stati fatti in questi anni. Questo penso che sia la giusta conclusione per aver dato tanto a questo sport e gruppo. Questo non solo per me, ma per tutte le ragazze che giocano.

Che cosa fai nella vita e che cosa vorresti fare da grande?

Sto studiando Ingegneria Civile Magistrale e nella vita spero di fare l’ingegnere. Anche se in realtà vorrei riuscire a fare qualche anno da professionista pensando solo al rugby. A livello globale ci stiamo avvicinando, ma non so ancora quanto manchi. Con la mia età non so se riuscirò a vivere questo momento se arriverà.

Che cosa ami di più del tuo sport?

Ogni partita è una cosa a sé, non è una cosa monotona, hai sempre stimoli per migliorati, hai sempre qualcosa da sistemare. Non ti senti mai “arrivata”. Questo per come sono io caratterialmente, mi stimola molto. Anche il fatto stesso che esistano sì giocate prestabilite, ma l’importante è giocare la situazione che si crea nel gioco durante la partita perchè comunque anche questa non è una cosa prevedibile e varia sempre da partita a partita.

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