Famiglia tradizionale a chi?

di Elisa Torsiello –

Da Muccino a Virzì e la critica al nucleo domestico “normale”

Il senso di famiglia non si misura in base alla tipologia dei suoi componenti, ma dall’amore che pervade ogni singola e minuscola fessura di casa. Soli, con figli, uomini con uomini, donne con donne, marito e moglie, nonni e nipoti, il concetto di famiglia negli anni è mutato, aperto, postosi finalmente in linea con i tempi che cambiano e il diritto di amare chi vogliamo. Un’apertura mentale che alle porte del 2020 dovrebbe sembrare del tutto accettabile, ma così non è, e l’uso del condizionale è ancora, anacronisticamente, essenziale. Il congresso di Verona sulla famiglia tradizionale è ancora fresca, sbalordisce e ci lascia a bocca aperta. La triade “Dio-patria-famiglia” stride con le lotte, il sudore di chi ha tentato in tutti i modi di cambiare le cose, aggiornarle, rendere “normale” quello che chissà perché, chissà per come, normale non era – ancora – considerato. Una rivoluzione partita spesso anche dai media, che nella loro capacità di scuotere le menti lavorando sulla visione, e quindi sullo spettro più inconscio di noi spettatori, hanno supportato l’onda di cambiamento dando voce all’amore in tutte le sue forme. Il coming-out di Ellen DeGeneres durante uno degli episodi finali della sua sit-com amatissima “Ellen”; le serie TV “Modern Family”, “Skins”, “Sense 8”, “Will & Grace” e “Queer as Folks”;  pellicole come “I ragazzi stanno bene”, “3 Generations” o “The Hours”, sono tasselli di un puzzle di matrice prettamente anglo-americana che entra in punta di piedi nelle nostre case, ci saluta, ci commuove e diverte ampliandoci allo stesso tempo la mente.

Forte della fede cristiana predominante nella nostra cultura e tradizione, così come alla presenza del Vaticano, si percepisce in Italia la forza del credo e della religione; un attaccamento che spesso è sfociato nell’ossessione e nell’alienazione portando a un’ondata di odio e insofferenza dal sapore medievale. Ecco perché, se in America e Inghilterra si pone maggiormente l’attenzione su coppie sia etero, che omosessuali, immortalate nella loro tipica ordinarietà, (mostrando così quanta infima sia la differenza tra le varie famiglie nella loro conduzione domestica), in Italia molti registi hanno puntato sull’implosione stessa del concetto di “famiglia tradizionale”. Senza scomodare casi-limite come “Mio fratello è figlio unico”, “I Pavoni” di Manuzzi (film che, ispirandosi al caso di Pietro Masi che uccise i genitori al fine di intascarne l’eredità, racconta l’omicidio di un giovane dei suoi famigliari) o dei giovani ribelli protagonisti dei film di Bernardo Bertolucci rasentanti l’incesto (“La luna”, “Prima della rivoluzione”) basta prendere in esame alcuni film diretti da Paolo Virzì, o Gabriele Muccino per comprendere l’insostenibilità e la patina di apparente perfezione che ammanta, nascondendo la polvere sotto il tappeto, l’immaginario di queste famiglie “tradizionali”. In “Caterina va in città” (Paolo Virzì, 2003) la famiglia composta dal professore di filosofia interpretato da Sergio Castellitto e la madre ignorata, frustrata di Margherita Buy ha tutte le carte in regola per mostrarsi come un nucleo unito, amorevole, perfetto. Ma così non sarà; basta un elemento esterno ed estraniante – il trasferimento a Roma – per accendere la miccia che farà scoppiare la bomba e con essa l’equilibrio domestico. La stessa deflagrazione, questa, che colpirà le famiglie de “Il capitale umano”. Una visione cinica, amara, eppure tremendamente sincera e attuale le cui vittime innocenti saranno i figli, conseguenze involontarie di scelte azzardate e arriviste.

Le urla smisurate, i litigi iperbolici sono ormai diventati con il tempo isotopie ricorrenti nell’opera di Muccino; talmente caratterizzanti la produzione del regista romano non solo da diventare elementi da parodiare, ma da paragonare con quanto fatto dopo da altri autori. Eppure in quei conflitti strillati e insulti volanti, (come volanti sono i piatti e qualsiasi cosa si trovi loro a portata di mano) si ritrova il sentimento represso da famiglie che preferiscono l’apparenza alla salute mentale. Un mancato equilibrio pronto a frantumare i rapporti di nidi d’amore in procinto di essere creati (“L’ultimo bacio”), a quelli portati avanti con anni di fatica e tradimenti ignorati (“A casa tutti bene”) fino a quelli che chiedono di essere ricordati (“Ricordati di me”). I film di Muccino inquadrano l’Italia in cui vivono e si muovono i personaggi: quella delle radio accese persino in sala operatoria, quella in cui madri e padri, portatori sani di una sindrome di Peter Pan mai sconfitta, si mettono, più fanatici dei figli, alla costante ricerca di un futuro sotto i riflettori o sotto qualche ala protettrice.

Un’indagazione all’interno della famiglia tradizionale e dei suoi complessi sviluppi, tra sfaccettature ombrose e una visione denunciatoria, che hanno accompagnato il cinema italiano nel tentativo di sottrarlo alla sua visione più bigotta, soprattutto nel periodo della commedia all’italiana (“il vedovo”, “Matrimonio all’italiana”, “La famiglia”, “Parenti serpenti”). Una visione del mondo che tenta di scuoterci e modernizzarci, nella speranza di mostrare quanto anche nelle famiglie tradizionali si nascondono i semi di una disfatta latente e sempre pronta a colpire. Perché nulla è normale. Solo pieno di sentimenti e amore.

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